BERLINALE 59 - "The Private Lives of Pippa Lee", di Rebecca Miller (Fuori concorso)
Basato su un romanzo della stessa regista, il film sciupa un bel cast e sbrodola un narcisismo smisurato, dove ogni immagine sembra riflettersi per (auto)compiacersi. Nella sua ronde isterica tra passato e presente, anche l’episodio minimo viene amplificato per mostrare un estetismo di quart’ordine
Come si fa a sprecare un gruppo di attori di richiamo (Robin Wright Penn, Alan Arkin, Maria Bello, Keanu Reeves, Monica Bellucci, Winona Ryder) che potrebbero essere anche diretti con il pilota automatico? Semplice, con un film che sbrodola un narcisismo smisurato, dove ogni immagine sembra riflettersi per (auto)compiacersi. Nella sua ronde isterica tra passato e presente, anche l’episodio minimo viene amplificato per mostrare un estetismo di quart’ordine, evidenziato dall’illuminazione di Declan Quinn che tende a deformare corpi e ambienti. Pippa Lee è una donna felicemente sposata a un uomo molto più anziano di lei, il celebre editore Herb Lee, e madre di due figli. Quando lui compie 80 anni, i due abbandonano New York per un villaggio del Connecticut in cui poter trascorrere una serena vecchiaia. Ma lei è inquieta anche perché si accorge di come quel matrimonio abbia cambiato la sua vita e comincia a ribellarsi alla prospettiva di vivere la sua esistenza in quel modo. Anche perché il suo passato è stato a dir poco turbolento (droghe, scappatelle erotiche, suicidio di una rivale) e l’incontro con un uomo seducente molto più giovane di lei le risvegliano delle pulsioni sopite. Basato su un romanzo della regista, The Private Lives of Pippa Lee vorrebbe situarsi nelle zone di una favola esistenziale che intende essere tragica e leggera. Quindi una storia esemplare di cui innamorarsi, una specie di Amélie sospesa in una dimensione temporale o addirittura un Forrest Gump al femminile. La Miller (suo è il modesto Personal Velocity del 2002) cerca l’ironia leggera la madre di Keanu Reeves che trova il figlio a letto con la protagonista), lo shock improvviso (il suicidio della Bellucci con la pistola), il rimpianto più che il dolore (la donna che si abbraccia con i figli dopo la morte del marito). Un concentrato quindi devastante. Per una storia del genere bastava anche un cineasta bravo e diseguale come Herbert Ross per trasformarlo in qualcosa di decente. Qui invece si parla molto, si fanno bilanci esistenziale, si sta sospesi tra passato e presente ma in definitiva non ci si affeziona a nessuno.
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