VENEZIA 67 - "Happy Few", di Antony Cordier (Concorso)

Il punto non è, come si chiede una delle protagoniste di Happy Few, se si possa amare due persone contemporaneamente, ma piuttosto se sia possibile accettare che anche l'adulterio diventa funzionale, come si diceva ne La chamade, un vecchio dolente sorridente romanzo di Françoise Sagan. Gli strappi alla regola diventano regole più ferree.

Happy Few, di Antony Cordier (Venezia 67, concorso)

Il punto non è, come si chiede una delle protagoniste di Happy Few, se si possa amare due persone contemporaneamente, ma piuttosto se sia possibile accettare che anche l'adulterio, in poco tempo, diventi funzionale, come si diceva ne La chamade (La Disfatta) un vecchio dolente sorridente romanzo di Françoise Sagan. Gli strappi alla regola diventano regole più ferree.

 


Nel rapporto condiviso tra due giovani coppie, l'iniziale assenza di preamboli e di regole appare sospetta: più che guidati da impulsi insopprimibili, Vincent e Rachel, Franck e Teri, sembrano costringersi a interpretare il copione dello scambio di coppia, tutti assolutamente in contemporanea, perfino con buon senso. La loro tenerezza reciproca è forse inadeguata per una relazione programmaticamente basata sul sesso e la variazione saffica è soffocata dal luogo comune (le donne comunicano con la prossimità fisica, gli uomini comunicano giocando a carte attraverso i loro iphone).


Ma forse questo regime non abbastanza disturbante è voluto dal regista, a dimostrare pacatamente che l'equazione dell'amore libero porta in sé i germi del fallimento proprio come quella della fedeltà ragionata e che in assenza di regole, un intrico di leggi non dette continua comunque a governare. Come lui stesso afferma, spostare i soggetti con le loro energie, come si spostano gli oggetti nel feng shui praticato da Franck, non muta il contesto: in questi minimi esperimenti, in questi “giochi dei grandi” si aprono le falle, e Cordier lo suggerisce attraverso una struttura ripetitiva e speculare: i rapporti con il proprio partner si trasformano in una replica coniugale del tradimento, lo scambio comprende le foto dei figli, i quattro protagonisti non riescono che a parlare di se stessi anche sia quando sono con il compagno di sempre, sia quando sono con l'amante; la sensazione è che una sola delle coppie regga il gioco, che da tempo fossero in cerca di un'avventura comunque protetta, accondiscendente, non troppo ferente.

 


L'habitat di Happy Few è costruito troppo in laboratorio, un po' come se il serraglio di Mon Oncle d'Amerique fosse sfuggito alla gabbia per topi e gettato di fronte a un lago, nudo, a giocare, nonostante la capacità del regista francese di filmare con naturalezza i luoghi domestici (ed è in alcuni momenti più quotidiani che affiora la sua gioia di filmare, per esempio nel ballo rap di un padre con la figlia), e i  luoghi del corpo – l'amplesso è senza filtri, Cordier accarezza nuche, schiene, spalle, cogliere segni, fremiti e i movimenti dei suoi attori, che con la scusa dello sport mettono in primo piano i loro corpi reali (tutti molto capaci, dalla Élodie Bouchez dall'efficienza instancabile e perfino indigesta del bel film di Zonca La vita sognata dagli angeli, qui più adulta, nervosa, alla concretezza di Marina Foïs, alla presenza sempre tangibile di  Roschdy Zem.

 


Ma soprattutto Nicolas Duvauchelle, l'attore di Corpi Impazienti, amato da Téchiné e Denis: la sua presenza fisica è sempre discreta ma perturbante, ha un'aria sempre troppo giovane eppure troppo vissuta, e in questo gioco interpreta il ruolo più credibile: sfoggia una rabbia trattenuta, che gli altri giocatori sembrano reprimere, e nelle conversazioni e nel sesso, anche solo figurato, introduce finalmente un soffio di violenza.

 

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