“Lo Schiaccianoci 3D”, di Andrei Konchalovsky


All’ambizioso progetto del regista russo va riconosciuto il merito di aver riportato alla luce le sfumature più cupe del racconto originale; Konchalovsky rivisita l’universo inquieto di Ernest Hoffmann, innestandovi un complesso apparato iconografico e simbolico. Passato e presente, atmosfere retrò e richiami allegorici, realtà e dimensione onirica, incanto e meraviglia riflessi negli occhi dell’astro nascente Elle Fanning

Lo Schiaccianoci 3DNon sembra destinato a lasciare il segno sul grande schermo l’intramontabile racconto di Hoffmann del 1816, che tanta fortuna ha avuto invece sul palcoscenico grazie al celeberrimo balletto di Marius Petipa e alle musiche di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Curiosamente, sono ancora le fatine e i fiori danzanti della suite del lontano Fantasia (1940) le uniche immagini sopravvissute all’oblio in cui sono caduti altri tentativi di rievocare le atmosfere fiabesche dello Schiaccianoci, dal film d’animazione La favola del principe Schiaccianoci (1990), all’esperimento di teatro filmato George Balanchine’s The Nutcracker (1993), fino al sintetico Barbie e lo Schiaccianoci (2001). Che la versione firmata dal redivivo Andrei Konchalovsky (arrivata con un anno di ritardo nelle sale italiane) possa costituire un’eccezione alla regola è forse presto per dirlo, ma all’ambizioso progetto del regista russo va riconosciuto almeno un merito: quello di aver riportato alla luce le sfumature più cupe del racconto originale (stemperate nell’adattamento scritto da Alexandre Dumas per il balletto), disseminato di elementi sinistri che fanno la loro intrusione inaspettata nella realtà quotidiana. In uno scenario che non potrebbe essere più rassicurante ‒ una confortevole dimora borghese la vigilia di Natale ‒ si apre un varco verso una metropoli invasa da eserciti d’occupazione, in cui il fumo dei roghi di giocattoli ha oscurato il sole. È l’universo inquieto di Ernest Hoffmann ‒ l’autore di fiabe all’epoca bollato come inadatto ai bambini ‒ che Konchalovsky rivisita innestandovi un complesso apparato iconografico e simbolico. C’è molto, forse troppo, nel luccichio natalizio di questo pastiche: l’intera opera pittorica di Gustav Klimt decora le pareti della casa della piccola Mary, il dottor Freud passeggia per le vie di Vienna, lo “zio Albert” ha preso il posto del signor Drosselmeier e declama la teoria della relatività, lo Schiaccianoci è un burattino di legno con le sembianze di Napoleone, topi in divisa militare, guidati da re Turturro che fa il verso a Andy Warhol, bruciano giocattoli con efficienza nazista. Passato e presente, atmosfere retrò e richiami allegorici, realtà e dimensione onirica, faticano però a trovare una sintesi solida; tra rimandi al Maus di Spiegelman e Toy Story 3, caratterizzazioni azzeccate (gli alleati del principe Schiaccianoci e la perfida Regina Madre, irresistibile) e inutili stucchevolezze (gli abitanti della città liberata che sventolano mazzi di fiori), il girotondo visivo è sontuoso e invitante, ma a tratti, più che toccare corde emotive profonde, finisce semplicemente per stordire. Messaggi non banali ‒ a cominciare dalla riflessione sul potere dell’immaginazione non come fuga dalla realtà, ma quale strumento per accettarne l’ineliminabile problematicità ‒ arrivano confusi nel mucchio (insieme ai riferimenti espliciti all’interpretazione freudiana dei sogni), mentre una maggiore asciugatura dello script e un tocco più raffinato nei testi dei brani musicali, ulteriormente penalizzati dal doppiaggio italiano, avrebbe regalato al film un respiro più ampio, permettendo all’incanto e alla meraviglia riflessi negli occhi dell’astro nascente Elle Fanning di contagiare appieno anche lo spettatore.
 
 
 
Titolo originale: The Nutcracker in 3D
Regia: Andrei Konchalovsky
Interpreti: Elle Fanning, Nathan Lane, John Turturro, Frances de la Tour, Richard E. Grant
Origine: Ungheria/Gran Bretagna, 2010
Distribuzione: M2 Pictures
Durata: 107’
 
 
 
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