La realtà secondo SION SONO
Rapporto Confidenziale, la sezione del Torino Film Festival attenta alle nuove tendenze e ai talenti emergenti ha reso omaggio quest'anno al regista giapponese, da molti subito confinato all'estetica del suicidio e dei toni accesi, ma che si è rivelato invece un attento osservatore della realtà e un fine critico dell'omologazione culturale, sociale e commerciale del suo mondo e dei nostri tempi
A volte le dimostrazioni d'amore per la propria terra passano per atteggiamenti estremamente critici e distanti da ogni forma di accondiscendenza: Sion Sono ad esempio deve amare molto il suo Giappone, sebbene i toni che pervadono la sua opera siano duri, senza scampo, implacabili nel mettere in scena una riflessione culturale su un modello organizzativo della società che trae debolezza dalla propria forza.
Si guarda spesso con ammirazione alla capacità nipponica di trattenere le emozioni, alla coesione di un nucleo sociale basato sull'esaltazione del gruppo anziché del singolo, dove gli sforzi sono protesi non all'affermazione tutta occidentale dell'individuo, ma al progresso della nazione nel suo insieme. Ebbene, basta una sola scena a Sion Sono per mostrare la fragilità di questo impianto: un gruppo di ragazze, vestite con la classica divisa scolastica alla marinara che chiacchierano allegramente sulla banchina di una stazione della metropolitana. Un atteggiamento universale, che esalta il gusto della socializzazione e la prospettiva di una vita che si sta svolgendo nella piena obbedienza della sua quotidianità. Poi ecco il gesto collettivo: inaspettato, estremo. Le ragazze si prendono per mano e saltano lungo i binari, finendo letteralmente spappolate dal treno in arrivo. L'impatto drammatico della scena è mitigato da una certa tendenza grottesca che ne ha fatto un tormentone dei montaggi splatter in voga su YouTube. Penso che lo stesso Sono non si stupirebbe di questo: il suo Suicide Club, in fondo, parla anche del confronto con i modelli pop e i meccanismi emulativi che regolano la società. Che è anche e soprattutto una società dell'immagine, quella che veicola l'idea dell'”uno in tutto” attraverso l'omologazione del gusto e dell'immaginario.
Non è da tutti riuscire a far mantenere il proprio cinema in equilibrio fra istanZte personali e il gioco teorico della riflessione sui meccanismi che regolano la narrazione: Sono ci riesce, lo ha fatto con il tormentone del gruppo pop di Suicide Club in cui si racchiude – forse – la chiave dell'onda suicida che tormenta il Giappone del suo film, ma lo ha fatto magnificamente anche nello splendido Strange Circus, tutto basato sull'idea della rappresentazione di una vita come racconto che parte da un proscenio teatrale e in essa trova l'esteriorizzazione del suo universo freakshow: non a caso si è parlato di moderno grand-guinol.
Il che però ci permette di porre un altro punto fermo: la violenza, che in Sono non è quella fumettistica e pulp che pure tanto consenso fa guadagnare ai registi estremi come lui. Sion Sono non è Takashi Miike, utilizza il grottesco ma non eccede nei suoi toni, la violenza è più interiore, è quella che ti porta a inorridire per i personaggi di Noriko Dinner's Table che accettano di farsi uccidere nel ruolo che stanno interpretando per non tradire il mandato imposto dal mestiere; che rifiutano di riconoscere i loro padri per continuare il gioco di una famiglia alternativa. Un inferno metropolitano che sembra a tratti quello di un Wong Kar Wai che ha abbandonato ogni malinconia e si è inaspettatamente incattivito, ha asciugato gli orpelli stilistici e pur continuando a ragionare sulla forma del racconto metropolitano ha deciso di guardare negli occhi la sostanza della propria matrice culturale.
Il personaggio forse più rappresentativo della cinematografia di Sono diventa dunque il venditore di pesci di Cold Fish, che deve attraversare un autentico calvario per riuscire finalmente a maturare quell'istinto di ribellione che gli permetta di liberarsi dal giogo oppressivo di un collega-tiranno che ha distrutto la sua vita. L'affondo è nel sangue, anche perché chiaramente una simile deriva non può durare. L'accettazione della violenza, infatti, è a suo modo una forma alternativa di omologazione, non implica davvero il comprendere l'altro, l'accettare che la propria individualità si realizzi non nella corrispondenza formale ma nella comprensione personale di chi sta vicino.
Ecco dunque il capolavoro dell'autore, il dolcissimo e poetico Be Sure to Share, che parte da una situazione che investe Sono in primis: la perdita del padre e il rimpianto per le occasioni perdute, le comunicazioni che non si sono instaurate, l'affetto che non è stato completamente condiviso. La storia di due giovani diventa il racconto di un protagonista che assiste il padre malato di cancro e si scopre afflitto dalla stessa malattia. E capisce così il significato e l'importanza di condividere un momento, una emozione, un destino: in una parola di comunicare.
Il cinema di Sion Sono, al fondo è questo: una gigantesca richiesta affinché si vada oltre le apparenze di un mondo che invita a non coltivare il proprio microcosmo se non attraverso un'adesione tutta esteriore a una causa che ha sempre bisogno di un alibi: culturale, storico, economico, propagandistico. E di cercare invece davvero di comprendersi in quanto singole entità correlate fra loro. Superare le strutture codificate (famiglia, società) per ricominciare a pensarle come realtà vive e non inerziali. Un'apparente contraddizione, ma in fondo è la stessa sensazione che si prova nel confronto fra i toni spesso accesi dei suoi film e i modi gentili dell'uomo che, prima di ogni proiezione, invita a fermarlo successivamente per la strada per condividere le emozioni provate durante la visione, come il pubblico del Torino Film Festival ha avuto modo di notare.
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