SOL LEVANTE - Transformers
In occasione dell’uscita cinematografica del kolossal di Michael Bay (e Steven Spielberg) un approfondimento sul celebre franchise dei robot trasformabili: l’occasione ideale per comprendere le ragioni di un grande successo e le felici intuizioni di un marchio capace di riflettere sulla presenza del robot nell’immaginario globale
Americani o giapponesi? E’ il primo grande dubbio che assale chi si accosta al variegato universo dei Transformers, i celebri robot trasformabili protagonisti di molte serie animate a cavallo fra Oriente e Occidente. La natura “ibrida” di un progetto basato su una stretta sinergia tra americani e giapponesi pone infatti i robot del pianeta Cybertron su una lunghezza d’onda ben differente dai celebri “cugini” meccanici come Mazinga, Goldrake o Gundam. E non è un problema dettato anche dall’evidente natura commerciale del format, derivato da una linea di giocattoli, perché anche nelle opere robotiche “d.o.c.” l’ingerenza dei produttori di modellini può influire non poco sul risultato finale.
Sta di fatto che il suo porsi a metà fra Est e Ovest ha reso Transformers inviso a molti anime fan “puri e duri”, scettici verso quella che però è probabilmente la più vasta epopea robotica mai realizzata nel mondo dell’animazione, l’unica ad aver dato sostanza a una vera e propria “mitologia dell’essere meccanico”, non immune alle influenze delle grandi saghe Marvel (la casa di Spiderman peraltro è parte attiva nella creazione del mito, al quale ha anche contribuito con numerose saghe a fumetti).
Ma procediamo con ordine: all’origine del franchise c’è una linea di giocattoli giapponesi della Takara, i cui diritti vennero acquistati dall’americana Hasbro per dare vita a un nuovo marchio (“Transformers” appunto) e all’omonima serie animata del 1984, prodotta dalla Sunbow Pro. Gli americani dunque diedero un’organizzazione all’idea, forgiando l’epopea che vede due fazioni di robot senzienti e capaci di trasformarsi in svariati oggetti (dalle auto alle radio fino alle pistole o agli aerei) in perenne lotta tra loro: da un lato i “buoni” Autobot (da noi Autorobot) comandati da Optimus Prime (Commander) e dall’altro i Decepticon (Distructors) il cui leader è Megatron. Entrambe le fazioni provengono dal pianeta Cybertron, un mondo artificiale abitato unicamente da robot, ma la lotta ben presto si sposta sulla Terra, pianeta che Megatron intende saccheggiare delle sue risorse energetiche, mentre Optimus Prime tenta di proteggerlo. Alle avventure delle prime serie animate (oggi note come “Generation 1”) si sono aggiunti negli anni numerosi sequel e remake che comunque conservano lo stesso canovaccio di base, cambiando magari i contesti produttivi (alcune serie sono totalmente giapponesi) e lo stile di disegno (negli ultimi anni si è fatto ampio ricordo alla computer grafica 3-D). Lo stesso film cinematografico di Michael Bay dovrebbe rappresentare una ulteriore evoluzione del mito.
Soffermandoci in particolar modo sulla Generation 1, le sceneggiature di fattura americana peccano di eccessiva esemplificazione dei plot (con tanto di robot che si esprimono con una ironia degna di un cowboy), mentre l’animazione giapponese curata dalla Toei Doga è di buon livello: ciò che però è interessante è l’innovazione introdotta dal concetto di trasformabilità che rende i robot indistinguibili dagli oggetti del nostro quotidiano. In questo modo il plot riflette bene l’onnipresenza della tecnologia, che rende l’automa ormai parte dell’immaginario corrente e non più “altro da sé” come accadeva nella fantascienza classica. Più di Mazinga,
un Transformer è un individuo pensante, spesso fin troppo “umano”, che riduce progressivamente la distanza tra l’uomo e la macchina: i robot infatti ridono, litigano, si innamorano e viene introdotta anche l’idea di una larvata sessualità attraverso la presenza di donne Autobot. D’altronde i robot sono mediamente più “piccoli” dei giganti alla Go Nagai e più che divinità onnipotenti o mostruose appaiono come individui che tentano di costruire il proprio destino, mentre i personaggi umani sono quasi del tutto assenti.
La mitologia della serie si srotola lentamente, investendo ogni ambito dell’immaginario e tessendo progressivamente l’idea di una cosmogonia robotica dove troviamo mondi fantastici abitati da squali-robot, e dove non mancano elementi dal sapore mistico (come la Matrice che assegna il comando al capo degli Autobot e che si vede per la prima volta nel caotico ma affascinante film animato del 1986).
Ma soprattutto è il modo in cui viene gestito l’elemento della trasformabilità a essere interessante: inizialmente infatti la trasformazione è un momento che avviene durante una pausa dell’azione per permettere ai Transformers soprattutto di spostarsi da un luogo all’altro (annunciato dalla celebre frase di Optimus Prime “Autorobot, trasformatevi!”). E’ per questo un momento dalla forte carica rituale, di per sé sufficiente a garantire il piacere della visione nello spettatore: non a caso, durante una delle prime puntate, il giovane Chip (uno dei pochi esseri umani presenti nella storia) ribadisce di stupirsi sempre della capacità metamorfica dei robot, anche dopo averla vista in azione moltissime volte. E’ dunque evidente l’empatia che il robot suscita attraverso la propria natura proteiforme, che ridimensiona la sua alterità riconducendolo alle forme a noi più familiari (come quella dell’automobile).
Con il prosieguo della serie, però, si abbandona questa fascinazione e si cerca di rendere più pertinente al testo il momento della trasformazione: abbiamo così’ robot che si trasformano anche nel bel mezzo dell’azione, rendendo i movimenti e le coreografie di lotta più dinamici, e che sfruttano la loro natura metamorfica a scopo bellico, combinandosi tra loro o assumendo più forme consecutivamente, a tutto vantaggio della godibilità e della profondità mitica dell’idea.
In tutto questo probabilmente è l’elemento psicologico a risultare più debole, sebbene i caratteri siano ben definiti, dal coraggio di Optimus Prime (leader fiero e autorevole), alla brama di potere di Starscream (Astrum), capo in seconda dei Decepticon che complotta per spodestare Megatron, ma ne è al contempo molto intimorito.
Per tutto questo Transformers è un franchise che risulta abbastanza vicino ma al contempo anche distante dalla problematicità del cyberpunk all’epoca in voga (il 1984 è anche l’anno di Terminator): risulta comunque interessante e divertente nel suo disegno generale, complice la robusta componente d’azione presente nelle varie avventure.
Transformers in DVD
Poche e male organizzate le uscite delle varie serie: allo stato attuale l’intera Generation 1 manca all’appello in DVD, anche se voci attendibili danno le tre stagioni in uscita in autunno. E’ comunque rintracciabile il film animato del 1986, prossimo a essere rieditato da Mtc/Medusa e che vanta un impressionante cast di doppiaggio (originale) con Leonard Nimoy, Robert Stack, Lionel Stander e addirittura Orson Welles! Diversamente dall’Italia, dove si è sempre assistito a cambi di voce e a doppiaggi dozzinali, la versione americana è invece molto curata e merita senz’altro di essere preferita. Il film è anche disponibile attraverso il mercato dell’Import in una eccellente edizione doppio disco della Sony, uscita per celebrare il ventennale della pellicola.
Fra le opere più recenti è invece possibile trovare in DVD per differenti editori le serie Robot in Disguise (2001), Armada (2002), Energon (2004) e Cyberton (2005), mentre a breve dovrebbe uscire anche Beast Machines (1999). La cronologia delle serie (e dei giocattoli) è ovviamente vastissima e rende necessario un po’ di tempo per districarsi fra le varie proposte, magari appoggiandosi alle community locali (ottima quella italiana di autorobot.it). Anche per questo motivo auspichiamo che il mercato del DVD riesca a proporre i vari titoli in modo organico e non episodico, come è purtroppo accaduto sinora.
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Nice post. I had no idea tha Hasbro had purchased Transformers from Takara. I guess that explains the Japanese popularity
Inviato da christina thomas il 28/07/2011
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