"La bottega del barbiere" di Tim Story

Sia pur comunque all'interno di un'opera molto scritta (e di fatto poi risolta più che altro a livello, diciamo così, letterario), Story sta addosso ai suoi personaggi, scandisce bene i registri che si accavallano continuamente in scena, finendo per aderire all'idea di un cinema comunque umanistico.

La bottega del barbiere è un'opera fitta di corpi, un incrocio di fisicità compresse all'interno di una precisa unità di tempo (l'opera si svolge all'interno del negozio di barbiere del protagonista Calvin per un'intera giornata), rispettata puntualmente sino alla fine. Ma è anche un racconto di formazione (quella del giovane Calvin che si affeziona lentamente a negozio lasciatogli in eredità dal padre), lastricato di storie, di uomini, di drammi. Per certi versi Tim Story chiude ogni possibile spazio della messinscena, con un ritmo compositivo affidato al susseguirsi di incontri e di dialoghi, mentre dall'altro dà seguito ad aperture anche interessanti (sempre scandite da refrain musicali ben rappresentati dalla presenza del protagonista che è Ice Cube) che fanno e rifanno il corso dell'esistenza individuale in riflessione generale sulla vita. Da questo punto di vista si fa forte il ricordo dello struggente Smoke di Wang e Auster, anche se Wayne Wang riusciva ad integrare perfettamente la scrittura forte di Auster con una personale visione del mondo (e del cinema), mentre qui pare che Story si rifaccia sin troppo apertamente al testo di Brown (allargato poi al contributo di Don Scott e Marshall Todd), punteggiandolo come si deve, ma senza gradi apporti. Sia pur comunque all'interno di un'opera molto scritta (e di fatto poi risolta più che altro a livello, diciamo così, letterario), Story sta addosso ai suoi personaggi, scandisce bene i registri che si accavallano continuamente in scena, finendo per aderire all'idea di un cinema comunque umanistico (in certi momenti il duetto tra Calvin e Eddie ricorda molto la parte centrale di Il principe cerca moglie di Landis con il dialogo tra cliente e barbiere sulla boxe e in particolar modo su Mohammed Alì), sempre sul punto di sfociare in una sorta di dialogo infinito mai però fine a se stesso, ma sempre in grado di rispecchiare prospettive e mutamenti, nonché di attuare delle trasformazioni di un set provvisorio (il negozio del protagonista viene quasi rilevato da uno strozzino, per poi invece restare al protagonista) in spazio definitivo. E' per certi aspetti un cinema classico quello di Story, ancora improntato a massime e insegnamenti morali, e ben congegnato in una serie di quadri impostati su una frontalità teatraleggiante che non toglie mai respiro ai corpi filmati.

 

Titolo originale: Barbershop
Regia: Tim Story
Sceneggiatura: Mark Brown, Don D. Scott, Marshall Todd
Fotografia: Tom Priestley JR.
Montaggio: John Carter
Musiche: Terence Blanchard
Scenografia: Roger G. Fortune
Costumi: Devon P.F. Patterson
Interpreti: Ice Cube (Calvin), Cedric The Entertainer (Eddie), Eve Terri (Jones), Sean Patrick Thomas (Jimmy James), Troy Garity (Isaac Rosenberg), Micheal Ealy (Ricky), Leonard Earl Howze (Dinka), Lahmard Tate (Billy), Anthony Anderson (JD), Keith David (Lester), Jason George (Kevin), Jazsmin Lewis (Jennifer Palmer), Tom Wright (Detective Williams)
Produzione: Cube Vision, Metro-Goldwin-Mayer, State Street Pictures
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 102'
Origine: USA, 2002

 

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