“Kate & Leopold” di James Mangold
Il fascino maggiore del film di Mangold risiede proprio nel senso di smarrimento che avvolge i due personaggi, ma anche in quel senso di febbrile malinconia che, nella sua dichiarata prevedibilità, è comunque di una solarità coinvolgente.
Fratture temporali s’insinuano dentro “Kate & Leopold”, alterando la percezione di due forme della stessa metropoli (New York del 1876 e quella odierna). Del resto il cinema di Mangold sembra rivivere continuamente dentro il passato, come nelle atmosfere degli anni ’70 di “CopLand” e “Ragazze interrotte”, alimentando quella sua affascinante classicità nel senso di astrazione con cui vengono isolati i corpi dentro/fuori il set. Il cinema statunitense guarda con maggiore convinzione dietro a ciò che è stato, ri/elaborando quel senso di classicità della Hollywood degli anni ’40 e ’50. Tra i cineasti più forti in questo senso, quasi “hawksiano” nella sua rielaborazione dei generi e “schraderiano” nella malinconia con cui li fa rivivere c’è Ron Howard. Ma anche James Mangold, sia pure in chiave minore e con una filmografia ben più limitata, sembra procedere in questa direzione. In “Kate & Leopold” è presente quella dimensione atemporale in cui c’è un continuo rapporto di interazione tra il corpo e lo spazio come nella “magica estraneità” di “Il principe e la bellerina “ di Laurence Olivier o nell’inconscia ironia di “Il valzer dell’imperatore” di Billy Wilder. Dentro il film c’è però anche un consapevole lavoro di riaggiornamento delle forme del genere che si allontanano dalle forme recenti di “commedie sentimentali” (malgrado la presenza di Meg Ryan che appare come un personaggio già più sospeso e meno evidente), per mettere meglio in gioco le geometrie della seduzioni, sempre attraenti e spontanee, sempre in/previste della scrittura di Mangold (anche sceneggiatore) e Rogers che sembra rigenerarsi all’interno di una struttura produttiva già collaudata. L’opera pone anche al centro un “parallelismo sulla società dell’industrializzazione” – per versi opposti, l’invenzione dell’ascensore alla fine dell’Ottocento e lo spot pubblicitario nella società odierna” che tiene sempre i personaggi su direzioni instabili, che li fa vivere continuamente dentro una dimensione fiabesca ma mai rassicurante che per certi versi guarda alla favola gotica di “La leggenda del Re Pescatore” di Gilliam. Il fascino maggiore del film di Mangold risiede proprio nel senso di smarrimento che avvolge i due personaggi, delineati soprattutto da un sorprendente Hugh Jackman (“X-Men” e “Codice: Swordfish”), ma anche in quella continua ricerca di raccordi di sguardi, di movimenti verticali, in quel senso di febbrile malinconia che cerca i propri modelli nella normale, quasi isolata, quotidianità (l’immagine dell’uomo guardato dalla finestra che va sempre a letto a mezzanotte dopo aver ascoltato la musica di Henry Mancini in “Colazione da Tiffany”), e che, nella sua dichiarata prevedibilità, è comunque di una solarità coinvolgente.Titolo originale: Kate & LeopoldRegia: James Mangold
Sceneggiatura: James Mangold, Steven Rogers
Fotografia: Stuart Dryburgh
Montaggio: David Brenner
Musica: Rolfe Kent
Scenografia: Mark Friedberg
Costumi: Donna Zakowska
Interpreti: Meg Ryan (Kate McKay), Hugh Jackman (Leopold), Liev Schreiber (Stuart Besser), Breckin Meyer (Charlie McKay), Natasha Lyonne (Darci), Bradley Whitford (J. J.), Paxton Whitehead (zio Millard), Spalding Gray (dr. Geisler), Philip Bosco (Otis)
Produzione: Cathy Konrad per Konrad Pictures/Miramax Films
Distribuzione: Buena Vista International Italia
Durata: 121’
Origine: Usa, 2001
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