“Sotto corte marziale” di Gregory Hoblit
Hoblit giunge nel terzo millennio con un film che torna al passato cinematografico non con uno sguardo retrospettivo e ricostitutivo ma, cosa sempre da scongiurare, con una visione che nel passato si impantana, chiude gli occhi e decede.
Scordatevi le penetranti carrellate di Samuel Fuller, la padronanza nel domare una macchina da presa che scende in trincea come uno dei soldati più valorosi, scordatevi la nevrosi del suo montaggio. Scordatevi il cinema bellico di ampio respiro, quello dove la drammaticità degli eventi raccontati è sancita dall’iperbole registica che inanella virtuosismi a non finire. “Sotto corte marziale”, purtroppo, non è nulla di tutto ciò. Cinema bellico? Macché. Il pretesto semmai c’è tutto: i tedeschi, gli americani, le Ardenne e un incipit che fa sperare bene. Ma poi? Poi Gregory Hoblit decide di cambiare registro, di adagiarsi e congelare la sua regia nella neve (e sappiamo bene come l’elemento diegetico “neve” inietti sedativo al corpo della narrazione) del fatidico dicembre del 1944. Non che non ci si aspettasse di rinchiuderci da un momento all’altro in un sinodo tribunalizio, del resto il titolo del film parla chiaro, ma da uno che aveva diretto “Il tocco del male” con un sapiente tocco registico, ci si aspettava francamente di più. E pensare che il genere bellico è per antonomasia un cinema di regia, dove la pura e forte componente audiovisiva ha segnato il nostro immaginario aprendo un varco negli argini che il tempo si è costruito. D’altronde è lo studioso Michel Chion che nella relazione suono-immagine (bombardamenti, spari, incursioni aeree, scoppi…) rintraccia l’aspetto teorico più interessante del war movie. A questo punto potremmo chiudere il discorso bellico qui e catalogare “Sotto corte marziale” come un modesto "courtroom movie", se non fosse per le dichiarazioni del regista che lo definisce un film di guerra. Ma se così fosse allora dovremmo veramente adombrare questa pellicola e classificarla come lavoro fuori tempo massimo. Sì perché questo è cinema vecchio e raffermo. Dov’è finita la svolta che tali Aldrich e Fuller diedero più di quaranta anni orsono al cinema bellico? Dov’è andata sepolta la loro carica travolgente e la loro visionarietà? Senza dimenticare che tra loro e Hoblit c’è di mezzo questo ultimo ventennio che ha utilizzato la guerra come pretesto per esplorare le implicazioni politiche, esistenziali e morali, come in “Sotto corte marziale”, ma al contrario di quest’ultimo ha usufruito imprescindibilmente della carica estetica, dialettica e narrativa che dal genoma bellico ha scomodamente ereditato. Senza contare che mai come in questi ultimi anni la tecnologia ha permesso ulteriori passi in avanti in direzione di una postmodernità che anche nell’allegoria della guerra sta esplorando ulteriori frammenti estetici e linguistici, vedi per esempio Ridley Scott. Dunque Hoblit giunge nel terzo millennio con un film che torna al passato cinematografico non con uno sguardo retrospettivo e ricostitutivo (fosse stato così l’avremmo accettato di buon grado) ma, cosa sempre da scongiurare, con una visione che nel passato si impantana, chiude gli occhi e decede. Questo cinema che con la retorica del verbo vorrebbe ancora sorprendere, e farlo paradossalmente con un film bellico, genere che edifica il suo spettacolo sull’azione-visione incontaminata, sul gesto, sullo slancio fisico e sulla caduta-morte del corpo nel carnaio della Storia, è a dir poco irrispettoso. Irrispettoso (privo di rispetto cinematograficamente parlando, sia ben inteso) poiché vorrebbe spazzare via l’estetica corporale della guerra e ingabbiarla e soggiogarla nella staticità malferma della parola. Ripensandoci, c’era da aspettarselo dal regista, basti pensare a una delle prime sequenze, dove la salvezza di alcuni soldati americani passa per la lettura di una parola scritta e formata dai loro corpi in piedi sulla neve, rivolta agli aerei dei loro compatrioti inconsapevoli d’esserlo: qui, nel prologo, troviamo subito il paradigma della pellicola insediato nel seme di una parola che nel proseguo germinerà con autistica logorrea. Titolo originale: Hart’s WarRegia. Gregory Hoblit
Sceneggiatura: Billy Gray, Terry George
Fotografia: Alar Kivilo
Montaggio: David Rosenbloom
Musica: Rachel M. Portman
Scenografia: Patrick Cassidy
Costumi: Elisabetta Beraldo
Interpreti: Bruce Willis (Col. William A. McNamara), Colin Farrel (Lt. Thomas W. Hart), Terrence Dashon Howard (Lt. Lincoln A. Scott), Cole Hauser (Staff Sgt. Vic W. Bedford), Marcel Iures (Col. Werner Visser), Linus Roache (Capt. Peter A. Ross), Vicellous Reon Shannon (Lt. Lamar T. Archer), Maury Sterling (Pfc. Dennis A. Gerber), Sam Jaeger (Capt. R.G. Sisk)
Produzione: Gregory Hoblit, David Ladd, Arnold Rifkin, David Foster
Distribuzione: Twentieth Century Fox
Durata: 124’
Origine: Stati Uniti, 2002
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