"Driven" di Renny Harlin

Guidato dalla mano sapiente di Harlin (probabilmente il maggior regista di cinema d'azione del momento), Sly celebra il suo peculiare autunno nelle articolazioni di un film ultratecnologico

Se fossimo dei contenutisti a oltranza, dovremmo far notare come lo script di “Driven” (opera di Sly himself) non sia altro che una rielaborazione (nemmeno tanto audace, tra l'altro) dei soliti temi individualisti e sportivi del nostro. Lo shift adottato in questo caso (l'età non avanza più semmai si è insediata saldamente nel corpo del nostro...) riguarda la funzione mitopoietica di Stallone. Non più mitologema cristologico da investire con le stigmate della vittoria e (corollarionecessario/inevitabile) della violenza, bensì levatrice di una vocazione maieutica che, stando allo schema trinitario, significa che ormai Sly da figlio esemplare e degenere che era è diventato un padre problematico (forse ancora più problematico rispetto ai suoi eteronomi più famosi). Certo, la presenza di un Burt Reymolds inchiodato a una sedia a rotelle non è innocente (chissà quando la critica italiana riprenderà in mano la lezione di Giuseppe Turroni e ricomincerà a ragionare sul cinema reynoldsiano...) e significa se non altro che Stallone continua a ricercare incessantemente un posto per la propria mitologia somatica e segnica al'interno del pantheon del cinema classico americano. Non che questa sia una novità (e chissà a cosa sarebbe potuto approdare Sly se non avesse dovuto fronteggiare il boicotaggio dei Weinstein all'indomani del successo di critica di “Copland” che volevano [e hanno ottenuto...] un “Rambo 4”....); ma l'umiltà e la perseveranza di Stallone in questo senso è realmente intrigante. Rispetto al precedente "La vendetta di Carter" (inficiato dalla pessima regia di Kay), "Driven" (pur meno macerato e tormentato) ci consegna uno Stallone grintoso e sfacciatamente consapevole del proprio plusvalore spettacolare. Guidato dalla mano sapiente di Renny Harlin (probabilmente il maggior regista di cinema d'azione del momento), Sly celebra il suo peculiare autunno nelle articolazioni di un film ultratecnologico che pur dialogando senza complessi d'inferiorità con la percezione da playstation del pubblico che affolla i multiplex riesce non di meno a porre delle questioni di cinema. Se affermassimo che “Driven” è un film cubista, i contenutisti di cui sopra ci indicherebbero subito al ludibrio. Ma questo è il meno e non ce ne cale. D'altronde i fan di Tsui Hark sarebbero pronti a rintuzzare (a ragione...) che è “Time and Tide” è il vero "quarto potere" dell'action movie tardomoderno. Il punto è (ed è questa la particolarità di Harlin) che “Driven” smonta non solo la linearità analogica del tradizionale film d'azione, ma tenta di immaginare uno spazio visivo che non sia né playstation, né cinema. L'una troppo piatta, l'altro troppo "lento". Tsui Hark (grazie all'intermediazione del fumetto) ha risolto il problema per primo ragionando sulle forme stesse del tempo cinematografico e di conseguenza organizzando i suoi film come superfici vorticiste nelle quali le vertigini del tempo imprimono accelerazioni non quantificabili secondo il tradizionale tagli e cuci della moviola. Harlin, in Occidente, è l'unico ad aver compreso lungo quale direttive si muoveva Tsui Hark. “Driven” in questo senso è un film contrabbandato. Nell'involucro di un “race-movie” che avrebbe potuto dirigere Hal Needham o Buddy Van Horn (la presenza di Stallone in questo senso è una chiara garanzia di continuità con la tradizione), Harlin lavora non al superamento di quella che potrebbe essere la velocità odierna del cinema, ma a pensare quale potrebbe essere il passo standard di un ipotetico cinema classico del futuro. Un buon metro di confronto può essere l'ottimo “The Fast and the Furious di Rob Cohen”. Sospeso tra Corman e Michael Mann, Cohen reinventa le forme del “teenager movie” classico ricorrendo all'estetica manniana di “Miami Vice”. Film terribilmente erotico, “The Fast and the Furious” continua stoicamente a essere del cinema (suo straordinario e impagabile pregio). “Driven”, invece, si accontenta che a testimoniare il cinema ci sia Stallone (e che questo è un grande omaggio a Sly). Per il resto è un continuo giocare con le forme, i tempi, la percezione, i segni, superfici, profondità. Un continuo oltrepassare i limiti delle forme cinema conosciute. E basta pensare alla strabiliante sequenza dell'incidente di Memo per comprendere che se oggi esiste un "cinema della relatività" allora questo reca inevitabilmente la firma di Renny Harlin (e, ovviamente, di Tsui Hark). Infine occorre ricordarsi che quando Coppola diresse il suo film più bello (“Un sogno lungo un giorno”), il film che ha immaginato tutto il cinema che abbiamo vissuto in questi ultimi vent'anni, un certo tipo di critica (i contenutisti di cui sopra) non seppero far di meglio che attaccarsi alla lettera di una sceneggiatura commoventemente elementare. Harlin si muove, anche se in minore, sulla medesima lunghezza d'onda: le fratture della norma sono quelle che aprono al piacere cinema. Il resto è sceneggiatura. DRIVEN
Titolo originale: Driven
Regia: Renny Harlin
Sceneggiatura: Sylvester Stallone da un soggetto di Neal Tabachnick e Jan Skrentny
Fotografia: Mauro Fiore
Montaggio: Steve Gilson, Stuart Levy
Musica: BT
Scenografia: Charles Wood
Costumi: Mary E. McLeod
Interpreti: Sylvester Stallone (Joe Tanto), Burt Reynolds (Carl Henry), Kip Pardue (Jimmy Bly), Stacy Edwards (Lucretia “Luc” Jones), Til Schweiger (Beau Brandenburg), Gina Gershon (Cathy Moreno), Estella Warren (Sophia Simone), Cristian de la Fuente (Memo Moreno), Robert Sean Leonard (De Mille Bly)
Produzione: Renny Harlin, Elie Samaha, Sylvester Stallone per FIA/Franchise Pictures/The Canton Company/Trackform Film Productions
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 116’
Origine: Canada/Usa, 2001
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