#Cannes2017 – Dopo la guerra, di Annarita Zambrano

Il 19 marzo del 2002 il giuslavorista Marco Biagi venne assassinato a Bologna dalle Nuove Brigate Rosse. Per l’Italia tornó improvvisamente ad aprirsi la ferita della lotta armata e del terrorismo. Dopo la guerra trae spunto proprio da questo omicidio politico, che riproduce in un concitato incipit cambiando i nomi ai protagonisti ma mantenendo gli stessi riferimenti logistici e temporali. Viene ucciso un professore – il nome di finzione e’ Marini – contestato all’universitá per la sua posizione critica nei confronti dell’articolo 18. La rivendicazione proviene da un gruppo politico che si ispira a un movimento che tra gli anni 70 e gli 80 si era macchiato di attentati e omicidi. Uno dei suoi fondatori è latitante in Francia e gode dell’immunitá concessa venti anni prima dal presidente Mitterand. L’ex terrorista si chiama Marco (Giuseppe Battiston), è un intellettuale ombroso e ostinato nelle sue convinzioni ideologiche che non ha avuto piu contatti con la famiglia e vive da solo con la figlia Viola, adolescente silenziosa. L’omicidio rende la loro situazione delicata e Marco si decide a fuggire ancora portando con se’ Viola, che peró ha tutta la vita davanti ed è stanca di nascondersi. Nel frattempo in Italia le ripercussioni del passato di Marco esplodono improvvisamente e si riversano nella vita dei famigliari. La sorella (Barbora Bobulova) per anni ha provato a dimenticare tutto, ma non e’ bastato e la resa dei conti con il fantasma di Marco e’ imminente.

Alla sua opera prima Annarita Zambrano sceglie un tema delicatissimo che prova a raccontare mescolando l’analisi politica con un intimismo autoriale prevalentemente di sottrazione. Alterna sfumature psicologiche interessanti – soprattutto nei conflitti tra genitori e figli – a porzioni didascaliche e parziali. È come se il film – che è una coproduzione italofrancese – non riuscisse a conciliare la sua doppia anima e “nazionalita” – scritto e pensato da italiani, ma realizzato con maestranze e produttori francesi. È una riflessione sul lutto non ancora elaborato del nostro passato e sulle ferite delle nostre famiglie e infatti il film si immerge completamente nell’oscuritá di interni funerei, che sembrano l’anticamera di una colpa ancora da espiare. Alcuni frammenti sembrano provenire da certo cinema d’autore e impegnato degli 90: echi della Archibugi e soprattutto del Calopresti de La seconda volta, di cui prova a riprendere non soltanto la questione del perdono, ma anche la sospensione del giudizio e il finale aperto. Rimane pero soprattutto la sensazione di un’opera incoerente, confusa nel registro da intraprendere e nei fili emotivi da percorrere. E’ un cinema addormentato. Paradossalmente ancora troppo preoccupato di (non) ferire e di (non) colpire nel profondo.