Fuorisalone 2017 – Caos et Cosmos

“I mean, you know, let’s face it, I wanna sell some books here” (cit. da Manhattan di Woody Allen, 1979)

Se Milano parlasse forse spiegherebbe come Aprile sia il mese migliore per mostrarsi. Né troppo caldo né troppo freddo. Anche Settembre forse andrebbe bene, ma in Aprile tutto pare dire “seguimi e vedrai”, senza quel romanticismo di fine festa estiva.Il Fuorisalone promette potentemente un futuro ormai talmente cresciutogli dentro, che non lo vede neanche più.
Seppur evento di ormai lunga data, forse solo 10 anni fa il Fuorisalone non era così pregno di eventi, presentazioni, lanci di prodotti e di marchi come oggi.
Il digitale, con la sua velocità e leggerezza, gli ha fatto fare passi da giganti verso luoghi ancora difficili da ipotizzare, chiedendo a tutti attenzione e spinta a riposizionarsi. Per ora il 2017 vede un aumento del 10% nel numero di visitatori del Salone del Mobile, diventata un’enorme astronave fuori città, creata per funzionalità mercantilistiche precise, che fa da traino al Fuorisalone.
Il Salone come centro 
del mercato, che riposiziona tale centro fuori dal centro-città. Lasciando lo spazio a tutto ciò che vive “Fuori del Salone”, un caos che ormai occupa sia geograficamente che metaforicamente il centro cittadino come le aree periferiche (Lambrate in testa).

E i cui visitatori sono talmente tanti che non abbiamo dati da verificare, mancando (e per fortuna) anche solo una struttura che amministri centralmente il tutto come avviene per il Salone. Libero quindi di un’organizzazione imposta e scevro dalla zavorra commerciale ed industriale del Salone, il Fuorisalone si pone senza problemi in un enorme territorio di confine. Si deve vendere, ma come?
In marketing, come sapete, si parla di riposizionamento, ed è forte oggi il bisogno di un potente, forse necessario, riposizionamento del Cinema. Seguendo queste domande abbiamo seguito il Fuorisalone e quasi subito ci siamo persi dentro di esso, ritrovandoci in tantissime linee che avevamo solo sfiorato mentalmente. Anche solo la classica: “cosa abbiamo visto?”.
Al Superstudio (Tortona district) per esempio vediamo LG presentare la creazione dell’artista giapponese Tokujin Yoshioka. Il risultato (che vincerà il premio come migliore installazione del 2017) sembra un tuffo nell’astronave di Incontri ravvicinati del terzo tipo, in cui noi diventiamo gli alieni, e allo stesso tempo rimaniamo gli umani, mentre tutto si fonde nel bianco. Provano pure a spiegarci le idee di risparmio energetico a riguardo, ma noi abbiamo già mollato gli ormeggi, totalmente rapiti da “Altro”, da un riposizionamento che avviene in diretta davanti ai nostri occhi.

“Excuse me Egon? You said crossing the streams was bad!”
(da Ghostbusters di Ivan Reitman, 1984)

IMG_0258“Fuori dal Salone” esiste la possibilità di intrecciare i flussi, qualunque essi siano. La libertà mostrata è radicale e non ammette timori di sorta. L’importante è dire, se si vende meglio, ma esprimersi pare aver maggior peso. Un esempio palese è l’installazione Nuovo Cinema 500 (Ventura Lambrate), che vuole “solo” far tornare il pubblico in sala, una vecchia 500 rossa. La sensazione vivida è di vedere un flusso unico di senso che usa le immagini (in movimento) per narrarsi e trovare il proprio spazio nella mente di chi guarda. Gli oggetti di design iniziano a entrare in vera curvatura, svanendo, perdendo la propria funzione, divenendo altro. Si percepisce chiaramente l’incessante voglia e bisogno di mostrare, dire, ragionare, sperimentare, andare oltre le strutture passate, siano linee di vendita che linee narrative.
Lessmore (PieroDellaFrancesca district) presenta una linea in cui, seguendo concetti come componibilità, riciclabilità, multi-funzionalità etc, mette licheni dentro tavoli e tavolini, al fine usarli come igrometro.
Questo semplice esempio, tra i tanti, porta a chiederci domande strane: oggi si può portare idee come componibilità o trasformabilità nel cinema? Non parliamo di tecnica
ma proprio di concezione. E riguardo l’idea “oggetto” (cardine del design): un film è un oggetto o cosa?
Rendere un film un oggetto implica una vendita (ma come?), e sappiamo quanto oggi siano più interessanti i mercati del cinema piuttosto che i festival del cinema. Ma allora il Cinema è solo quel fenomeno formato dai film che devono essere venduti? Il Fuorisalone pare rispondere che il Cinema oggi ha rotto gli argini e si sia espanso in modo tale da influenzare qualunque dimensione di senso, dentro e fuori del mercato. Si sente fortissima questa derivazione (o deviazione), ma ancora più forte si sente la totale inconsapevolezza degli attanti. Come se l’urgenza di esprimersi accecasse.

“And I said ‘I don’t need a script. Godard doesn’t use one.’ He said ‘Great! Who’s Godard?
(da The doors di Oliver Stone, 1991)

Un grande brand come Jil Sanders chiede a Nendo di creare arte che possa dire il brand, e ovviamente il lavoro prodotto è eccezionale. Ma se si va a vedere Nendo (dopo
2 ore di coda sotto il sole) non si viene solo stupiti da come si maneggi in modo quasi magico la sapienza scientifica, ma anche da come Nendo riesca a farci essere parte in causa di questa espansione cinemica. Mi riferisco al piccolo, minimale, esempio di cinema mentale in cui senza girare un solo frame Nendo racconta, gira, monta, riposiziona il cinema in modo potente ed elegante dentro la nostra testa, usando solo del filo di ferro nero piegato e posizionato su dei tavoli verticali bianchi. Ed è il solo, nostro movimento della testa in verticale che crea una sequenza formata da 4 immagini. Tutto può esplodere allora. Viene meno girare o dover entrare in una sala cinematografica.
Il Fuorisalone dice in maniera netta che è inutile cercare un senso, una traiettoria, una linea guida. Le linee sono molteplici e le funzioni si sovrappongono fino a sparire. Che cosa significa la bellissima e forse “sbagliata” installazione di Maarten Baas per Lensvelt? Vendere sedie? Creare un momento di attenzione per ascoltare qualcosa? Onestamente le sedie non le abbiamo neanche viste, catturati come eravamo dallo straordinario muro di sussurri che i megafoni ci sparavano in testa. Un’opera questa che smargina, scivola fuori da sé, dal senso per cui era stata commissionata dal brand, ma decolla verso un arredamento dell’aria. Non lavorano così anche il cinema e la musica? Non si tratta sempre di aria? Verrebbe da dire che il Cinema sta al Fuorisalone come la decostruzione alla filosofia.
Si tratta di capire come l’incrocio stia traforando il senso per aprire buchi 
da cui passare, in IMG_0149cui guardare, grazie a cui far comunicare diverse funzionalità. Una sedia serve a sedersi e per farlo deve essere comoda. Una sedia che non permetta questo diventa una scultura. Entro questi termini si può creare un mercato. Dove si pone il cinema oggi in tutto questo? Le persone guardano i film in maniera assidua su ogni tipo di device (ancora questi oggetti di design!) che loro permette di guardare. Nei paesi anglosassoni si parla apertamente di “escapism”, da adottarsi sempre, ovunque.
E le trame più recenti iniziano, complice la potente spinta del web 3.0, ad andare incontro a questo tipo di sguardo presente/assente, “intuente”. Al punto forse di mettere in discussione l’antico adagio di Forster secondo cui “un romanzo deve raccontare una storia”.

“Chaos is what killed the dinosaurs, darling”
(Heathers di Michael Lehmann, 1988)

Un giovane olandese vive anni a Taipei e dall’osservazione e interpretazione del (velocissimo) reale intorno a sé trae spunto per mettere degli schermi uno di fianco all’altro, in obliquo, a ricreare il movimento che i cittadini fanno su una scala mobile. Il pezzo è mostrato presso lo spazio di Rossana Orlandi (vero Cinema dell’esperienza).
Il cortocircuito è interessante perché chiarifica l’assenza di una scrittura sotto di esso. O meglio, chiarifica l’assenza del modo classico di scrittura, e mostra come l’intuizione sia già scrittura. La leggerezza del digitale aiuta a scrivere il reale in modo più esatto di una ricostruzione in studio della scala mobile presa di mira. Quindi una funzionalità dell’oggetto film potrebbe essere quella di porre l’occhio sul reale, senza curarsi di altre sovrastrutture. Alimentando in questo modo il disordine vivifico di cui facciamo parte.
Il disordine è parte integrante dell’esperienza Fuorisalone, che sicuramente rischia di saturare gli avventori, ma contemporaneamente ne ubriaca felicemente le capacità interpretatorie.
Dal caos emozionale continuano a darsi altri sensi che esulano dal modo classico dell’esposizione universale che potrebbe far ricordare. È vero che l’ottica sembra andare verso un addomesticamento per una possibile vendita a latere. Siano la natura o l’esotico gli oggetti in questione. Ma immergendosi in tale disordine esperienziale si scoprono infinite altre linee.
Gli studenti del Central Saint Martin per esempio scendono dal Nord Europa (come fosse un luogo della mente) a Lambrate (zona periferica in tutti i sensi) venendo pure relegati in uno stretto corridoio scuro di un fabbricato una volta industriale. La periferia della periferia. L’esposizione viene intitolata “Material Futures”, e la sensazione è che un angusto sottoscala diventi un reale aeroporto mentale. Si decolla verso un futuro fatto di domande, tendenze, supposizioni.
Gli oggetti di design ora sono diventati come dei fantasmi del futuro. Tra essi la studentessa spagnola che presenta, per esempio, una semplice installazione dedicata al quesito, anche banale, se la realtà virtuale unita al porno potrà eludere gli obblighi del mondo reale, si interroga di fatto sull’attuale sistema etico e legale contrapposti alla facilità tecnologica di cui possiamo disporre. Per farlo posiziona su una pedana di legno un caschetto per la realtà virtuale e due sagome in ferro con buchi appositi a ricordare vagamente sembianze umane. Il poster appeso ci ricorda cosa fare.
L’ordine e il disordine si modellano a seconda di chi vi si muove, e servono continui riposizionamenti per provare a capire ciò che ci sta intorno. Un intorno che va sempre più veloce tra le mille cose da fare per fatturare all’interno di un indotto che vuole riposizionare Milano e l’Italia al centro della scena internazionale.
Durante una, finalmente calda, settimana d’Aprile.

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