"Ho cercato semplicemente di guardare gli esseri umani come sono realmente" Incontro con Alexander Payne

Vincitore del Golden Globe per l'interpretazione di Jack Nicholson e per la migliore sceneggiatura, A proposito di Schmidt arriva in Italia accompagnato dal regista Alexander Payne. Al terzo lungometraggio dopo La storia di Ruth donna americana e Election, Payne, che è con Jim Taylor autore anche della sceneggiatura, descrive la miseria di un pensionato del Midwest incapace di riscattarsi dalla banalità della sua esistenza.


Affabile e disponibile, il regista manifesta durante la conversazione tutta la sua cinefilia menzionando i titoli e gli autori su cui ha fondato la passione per la settima arte a cominciare dall'interprete del suo film, Jack Nicholson.


 

Il film nasce da una fusione di una sua precedente sceneggiatura, The Coward, e il libro di James Begley About Schmidt. In che misura la sceneggiatura ha integrato o modificato il romanzo?



La sceneggiatura che avevo scritto 10 anni fa ha determinato il tono, il sentimento del film. L'uomo descritto da Begley era un avvocato di alta estrazione sociale. Quello che ho voluto rappresentare, invece, è un medio borghese, conservatore e molto poco lungimirante. Ma lo script era efficace solo per i primi due terzi. Mi mancava un motore drammatico che spingesse la vicenda fino al finale. Dunque ciò che ho attinto dal libro sono essenzialmente le idee narrative. La morte della moglie, la figlia unica che sta per sposare un imbecille, sono tutti elementi che derivano dal romanzo.  E proprio il matrimonio della figlia è diventato la chiave di volta affinché il film si sviluppasse alimentando il "perverso" desiderio del protagonista di concludere qualcosa di buono nella vita. In questo modo, con l'insuccesso del suo tentativo, il tema del fallimento si è esteso dando maggior corpo a tutto il film.


Come è stata l'esperienza sul set con Jack Nicholson?



Lavorare con Jack Nicholson è per me la realizzazione di un sogno. E' stato il protagonista di molti film che ho fortemente amato durante la mia adolescenza.


Un aspetto che ammiro molto in lui è la misura in cui accetta se stesso e la sua età. Ha 65 anni e non cerca di essere più giovane. E' coetaneo di Schmidt ma la sua personalità gli dona un tale fulgore che ho dovuto chiedergli di sembrare più vecchio, di adombrare la sua vitalità per meglio rappresentare il personaggio. A questa richiesta lui ha risposto mostrandomi la pelle cascante sul collo e chiedendomi: "Quanta te ne serve di questa?".


A tal proposito mi viene spesso detto di aver mostrato un  Nicholson atipico, privo del suo celebre ghigno, dello sguardo diabolico, della mimica conturbante  ma non sono stato il primo a riprenderlo così. Ci sono i due film diretti da Sean Penn – Tre giorni per la verità e La promessa – in cui vengono esplorate delle nuances nuove. Credo che Nicholson abbia voglia in questo periodo di recitare ruoli diversi dal cliché a cui viene associato di solito.

La sceneggiatura è stata scritta su misura per lui?



In parte sì. Sapevo che sarebbe stato il primo a leggerlo e dunque ho scritto pensando a lui. Del resto il suo personaggio è presente in ogni scena e con le sue caratteristiche condiziona tutto il film.


 


Quanto ha collaborato Nicholson alla costruzione del personaggio?



Il tono dello script era molto chiaro e, grazie anche alla sua competenza cinematografica e alle nostre lunghe discussioni intorno al ruolo, siamo giunti alle riprese con una visione molto armoniosa su come Schmidt dovesse essere.


 



Il protagonista è spesso solo in scena. Cosa le offre la condizione di solitudine rispetto alle scene di gruppo?



E' proprio nei momenti di solitudine che emerge la depressione e la frustrazione del personaggio. Si tende a riempire i film di dialoghi mentre io credo che nei silenzi l'attore possa immergersi totalmente nel suo sentimento e renderlo palpabile, trasmettendolo in maniera più diretta che attraverso l'interazione con altre persone.


 


Un elemento che deriva dalla sceneggiatura originaria è il carteggio tra Schmidt e il bambino africano che lui ha adottato a distanza. Sono gli unici momenti in cui il personaggio si racconta con sincerità.



Chiunque abbia uno sfogo creativo è una persona fortunata. Per Warren Schmidt, però, non è tanto una questione creativa ma proprio la necessità brutale di avere un confessore. Il confessore è sempre uno sconosciuto, qualcuno che non possiamo vedere, il che rende più facile svelare i propri segreti. E lo stesso processo avviene con la scrittura e con il cinema. Le persone a cui il film arriva, a cui l'autore si confessa sono sconosciuti. Il regista manipola il mezzo cinematografico per esprimere cose che non può dire con le parole e tanto meno con i pensieri ma che in qualche modo verranno accolte da un pubblico anonimo.


L'idea della corrispondenza col bambino inizialmente mi attraeva solo come un espediente comico ma quando l'ho combinato con la storia di Schmidt non solo ho trovato che aumentasse l'assurdità della sua vita ma il tono stesso è cambiato. Quindi dall'elemento comico si è passati ed un momento molto significativo che si è propagato dando un senso più profondo anche al finale.


 


 


 

Lei mostra molto verosimilmente il decadimento fisico indugiando coi dettagli sul corpo di Jack Nicholson, di June Squibb, che interpreta la moglie, e con il nudo molto poco hollywoodiano di Kathy Bathes. Eppure sotto il cinismo traspare uno sguardo umano, empatico.



Io ho cercato semplicemente di guardare gli esseri umani come sono realmente. Anche mettendoli in ridicolo e sfruttando in senso comico questi momenti non intendo essere cinico. Sicuramente ho uno sguardo critico ma voglio mostrare la realtà degli uomini anche tramite la tenerezza. Sono stato spesso accusato dai critici di essere crudele, superiore o distaccato nel rappresentare la vita ma non mi riconosco in queste definizioni. La commedia è un modo estremamente consapevole per ridere di se stessi e delle cose tragiche della vita. L'umorismo è necessario per prendere le distanze dal proprio dolore e allo stesso tempo per accettarlo con sensibilità. Nel concepimento di un lavoro io parto sempre da una struttura comica e durante la scrittura, le riprese e il montaggio mi chiedo di continuo cosa faccia ridere evitando, però, che questo vada a scapito del tema serio del film. Il laureato di Mike Nichols è in questo senso un modello per me.


In realtà credo che le commedie possano trattare molto seriamente temi drammatici.


 


E' per questo che i momenti tragici del suo film vengono spesso stemperati nella mediocrità dell'esistenza dei personaggi, come nella scena in cui Schmidt trova la moglie morta e l'inquadratura si stringe a lungo sull'aspirapolvere rimasto acceso?



Quell'inquadratura è molto efficace visivamente. Già nella sceneggiatura originaria era stata immaginata così: "chiudere sull'aspirapolvere che succhia il nulla". Lo zoom vuole proprio dare l'idea di essere risucchiati in una nuova sezione di film. Quel momento, infatti, segna il passaggio dai primi venti minuti più comici e leggeri ad un  nuovo stadio dove la vita trascina Warren verso nuove emozioni, nuovi stimoli e nuovi bisogni.


C'è poi una suggestione in quell'inquadratura che mi ricorda lo straniamento dell'immagine dell'orecchio mozzato in Velluto Blu.


 


 

Lei accenna a David Lynch, ma la sua visione del mondo sembra molto diversa. Quali sono i suoi riferimenti cinematografici?


Ho frequentato la UCLA e ho avuto occasione di vedere opere appartenenti a epoche e cinematografie differenti.  Due sono in particolare quelle che mi hanno ispirato quando sono uscito dalla scuola. Si tratta di film che per ragioni diverse ruotano intorno alla storia di un vecchio: Il posto delle fragole di Ingmar Bergman e Vivere di Akira Kurosawa.


Ma il genere cinematografico in cui mi riconosco di più è il cinema americano realistico e poetico degli anni '70. E' il tipo di cinema che voglio fare ma, quando negli anni '90 ho debuttato, ho avvertito una forte discrepanza tra la vita reale del paese e ciò che i film mostravano. Vorrei che il cinema americano si occupasse delle vite degli esseri umani, che fosse uno specchio della realtà. Sono sicuro che molti altri giovani registi come Paul Thomas Anderson, Kimberly Peirce, Spike Jonze, Todd Solondz, hanno questa aspirazione a guardare il mondo con una prospettiva più ampia cercando di cogliere uno sguardo storico. Sono convinto che lo stesso cinema commerciale debba rispondere a queste esigenze come accadeva negli anni '70 quando anche i film che non pretendevano di esserlo assumevano un valore politico. E' il caso di Piccolo grande uomo di Arthur Penn. Da questo punto di vista considero esemplare Steven Soderbergh che pur lavorando con la grande industria cinematografica realizza pellicole intelligenti e umane.


 

Lei ha dichiarato di preferire la sua città natale, Omaha nel Nebraska, come set per i suoi film perché le permette un registro più realistico.



Il Midwest è una zona che non viene molto mostrata o non è rappresentata da persone che la conoscano davvero. Bisogna essere in grado di cogliere il ritmo, i costumi, i comportamenti più sotterranei di una realtà per poterla descrivere. A Fellini è stato spesso chiesto di girare in America ma lui si è sempre rifiutato perché diceva di non sapere come gli americani camminano, fumano, guidano. Insomma, bisogna sentire ciò che si racconta, riconoscerlo come proprio per offrire una visione sincera.


 



Non crede di poter analizzare anche contesti estranei riuscendo comunque a ritrarne lo spirito?



Certo. Ci sono due modi di guardare la realtà, da dentro e da fuori e a volte osservando dalla distanza si possono notare cose che sfuggono alle persone del posto. Non a caso ci sono innumerevoli classici americani fatti da registi europei dagli anni venti in poi.


Anzi, proprio per il mio prossimo film lascerò Omaha per girare in California. Si tratta dell'adattamento di un  romanzo inedito intitolato Sideways. E' la storia di due enofili quarantenni, un romanziere e un attore falliti, che fanno un viaggio prima che uno dei due si sposi.  Ecco, cercherò di sfruttare le mie doti di osservatore per raccontare le loro avventure a metà tra il patetico e  l'assurdo.