inizioPartita. L’altalena #1: Figli della libertà e Social Zero

La prima puntata della rubrica L’altalena, serie di articoli che hanno lo scopo di mostrare come la tecnologia e la sua assenza siano solo 2 facce della stessa medaglia, è dedicata all’uso della tecnologia in ambiente educativo. I nuovi dispositivi ci consentono di vivere meglio, ma devono essere usati con criterio per non generare problemi di gestione della vita quotidiana.

Lo spunto di riflessione ci viene dall’incontro svoltosi nella cornice del centro sociale Forte Prenestino teatro domenica 21 maggio 2017, in cui è stato proiettato il film documentario Figli della libertà. Il lungometraggio, girato da con la partecipazione di esperti di diversi campi, ha lo scopo di mostrare in modo realistico l’approccio della scuola libertaria all’insegnamento e esplorando sia il punto dei ragazzi che quello degli insegnanti. Per chi non fosse informato, questo tipo di scuole si basano su 2 concetti che, nel buio e nell’ambiente del centro sociale, hanno comunque brillato.

Il primo concetto è quello di togliere “il grande armadio della scuola dalla piccola stanza della vita”. Questa bellissima metafora spiega alla perfezione come i soggetti che scelgono la scuola libertaria siano appunto liberi dalle costrizioni sia sociali che organizzative della scuola così come concepita in Italia. In realtà le scuole libertarie nascono in Francia, per reagire al modello scolastico d’oltralpe molto rigido. Esse sono organizzate in modo che i principi e le esperienze educative siano accostate a una organizzazione democratica che riconosce ai bambini la libertà di decidere individualmente e\o in gruppo come, quando, che cosa, dove e con chi imparare. Il tutto secondo una sistema di gestione comune. Ecco quindi che viene meno il concetto di struttura e di organizzazione del tempo e del lavoro come noi la conosciamo.

La cultura libertaria si bada anche su un altro fattore: quello per cui la conoscenza nasce dalla curiosità e quindi i ragazzi dovrebbero essere lasciati liberi di imparare non solo come vogliono, ma anche di imparare ciò che stimola la loro curiosità. Al bambino viene lasciata piena capacità di scegliere i contenuti e metodi del proprio apprendimento secondo un sistema di partecipazione paritaria alle attività che regolano la scuola. Il motore della conoscenza è quindi l’esperienza sul campo, grazie alla quale il bambino ha la possibilità di sperimentare le conseguenze delle proprie scelte e la relativa assunzione di responsabilità. Tutto questo si traduce in una scuola che vive l’educazione come contatto con la natura e nel rispetto dei ritmi e delle dinamiche della vita agricola.

Ma l’altalena non si ferma, e se da una parte le scuole libertarie alle aule e ai banchi preferiscono campi e attività in zone comunemente limitate ai contadini, dall’altro il mondo va avanti e le scuole comuni sono sempre più a alto contenuto tecnologico. Grazie ali nuovi dispositivi la scuola italiana diventa accessibile anche ai soggetti con disabilità. Oggi i sistemi informatici e l’utilizzo della rete rendono l’attività didattica molto diversa, rispetto a quella della nostra generazione: i mitici anni ‘80. L’uso delle tecnologie consente, non solo di aumentare e prolungare l’attenzione degli studenti ma anche e soprattutto di rendere le nuove soluzioni informatiche uno strumento realmente utile per la gestione dei percorsi formativi.

Tra i progetti per l’integrazione dei portatori di handicap e quelli di integrazione sociale, socialzeropolitica e demografica il passo è breve, breve al punto che la telescuola, come il telelavoro, sono oggi una realtà comunemente utilizzata senza alcuna difficoltà. La tecnologia da semplice mezzo si è tramutato in uno strumento di integrazione demografica. Nelle zone meno servite o in difficoltà nei collegamenti i genitori usano la rete come soluzione per fare studiare i figli.

E mentre l’altalena continua a dondolare è di questi giorni la notizia che, per via di una sfida, gli alunni del l’Istituto tecnico industriale Dagomari di Prato, hanno vissuto una settimana senza telefono. Chi più chi meno. Una settimana senza connessione, senza social network e senza internet per discenti e per il professore che ha lanciato la sfida per primo. L’obiettivo? Provare a fare qualcosa di nuovo: disintossicarsi dai social network. Social Zero, questo il nome dell’iniziativa, è stato concepito come un modo per insegnare agli studenti e alle nuove leve dell’educazione una vita reale 2.0. “L’esperimento – spiega orgoglioso il prof Contento – non vuole demonizzare l’utilizzo della tecnologia, di internet o dei social, ma piuttosto ripensare ad una vita reale 2.0. L’obiettivo è quello di recuperare la relazione reale con gli altri e con il mondo e immaginare altri modi di vivere le proprie giornate. Tutto questo per una settimana”.
Ciò che emerge da tre esperienze così diverse è che la tecnologia non è né buona né cattiva, è il suo utilizzo, il modo in cui essa è usata, abusata o rifiutata che la rende uno strumento demoniaco o incredibilmente utile. La rete, i videogiochi educativi e non, i social network e le App sono solo strumenti, è il modo in cui vengono usate che ne fa ciò che sono. Insomma l’anima di questi strumenti è dentro di noi.