#Locarno70 – Anatomia del miracolo, di Alessandra Celesia

Le membra del miracolo, i percorsi per riceverlo, la fede declinata in tre credi, ognuno ugualmente valido ma non estendibile a tutti. Il documentario di Alessandra Celesia, coproduzione franco-italiana, si confronta con la tradizione dura e pura, la fede, la devozione verso la Madonna dell’Arco, la Madonna ferita, una delle immagini meno attraenti dell’iconografia cattolico-romana, e forse proprio per questo idolatrata più di altre, soprattutto nel napoletano, dove la celebre processione verso il santuario richiama ogni anno greggi sterminati di fedeli, tutti pronti a ricevere la grazia. Il fenomeno è stato più volte centrato come una delle massime espressioni di ritualità spirituale, basti pensare alla scelta di molti, i più ortodossi, di avvicinarsi al limite della chiesa in ginocchio, strisciando, benedicendo la grandezza della Madre, lamentando le proprie pene. Inoltre, in virtù di una profonda disperazione, il grido deve essere acuto, rumoroso; la Madonna, dall’alto, deve sentire l’inno e la preghiera, deve comprendere e poi raccogliere l’anima da curare.

Anatomia del miracolo segue le storie di una ragazza in sedia a rotelle che vive dirimpetto al santuario, di una giovane pianista coreana trasferitasi a Napoli dopo aver abbandonato la Grande Mela, e di una donna transessuale, anch’essa dedita al culto della Vergine e partecipe all’organizzazione dell’evento. Il racconto della prima purtroppo stride con l’indagine nella sua totalità. Non che la sua prospettiva risulti poco interessante, 962871parliamo infatti di una fedelissima eppure scettica, come le più grandi figure della Chiesa, che si domanda se la platealità di molti devoti sia la chiave per il successo, se, essendo nata in quella condizione, la sua non sia una colpa intrinseca, aldilà di congetture e reazioni terrene, una colpa impossibile da elidere. Tuttavia, la sua storia soccombe ai piedi di una religiosità intima, discreta, solitaria e artistica. La ragazza coreana ricerca il miracolo nella creazione, nel sacrificio della fama per un pentagramma quanto più vicino alla sacralità, all’immenso che si cela agl’occhi. Tentare quella musica è l’unica strada per avvicinarsi al Paradiso. Proprio come lei, Elena, la donna transessuale, ha deciso di praticare la fede, di sentirla attraverso la vicinanza con i cari, di trasformare, magari, quanto percepito come ostacolo in una prova di forza, rendendo grazie all’opportunità di superarlo. Le doti empatiche della regista sono palesi, così come il buon uso dello strumento, ma in un assetto più narrativo che altro, a maggior ragione se non ci troviamo nella safe zone fiction, occorre stringere l’obiettivo sulla visione d’insieme.