Napoli velata. Incontro con Ferzan Ozpetek e il cast

Non puoi non innamorarti di Napoli, così come dei napoletani.” Ferzan Ozpetek presenta Napoli velata, giallo ambientato nelle strade e nei salotti borghesi del partenopeo. Adriana è un medico legale che ritrova sul tavolo operatorio l’uomo con cui ha trascorso una notte di passione. I rimandi cinematografici non mancano, già dalla prima inquadratura in cui si intuisce l’amore del regista per il maestro del brivido: “Napoli non Hitchcock. La scala è un elemento importante della città, così come intuito da Turturro nel suo Passione. Mi piaceva raccontarla in questo modo. Sei anni fa lavorai a La traviata al Teatro San Carlo; in due mesi fui rapito da Napoli e dalle persone che la abitano. La scelta dell’aggettivo “velata” si deve a più fattori, uno è la statua del Cristo, un velo che più che coprire svela, evidenzia ogni lineamento del corpo. Poi c’è il richiamo alla magia della città, alle fate.” Senza dubbio l’intreccio, così come la professione e il passato di Adriana, trasferisce una presenza mortifera, già riscontrata nei lavori passati del regista: “Devo dire che il tema dei fantasmi era molto più intenso ne La finestra di fronte, più che in questo o in Magnifica Presenza. A diciannove anni frequentai Elio Petri, che mi disse: “Tutto quello che facciamo è per allontanarci dall’idea della morte”. A Napoli il pensiero della fine diminuisce perché i napoletani ci giocano, per loro è davvero parte della vita. Questa concezione mi ha ispirato perché era ed è molto vicina alla mia.”

Gianni Romoli, sceneggiatore e produttore, parla della scelta del genere noir: “Onestamente non ci eravamo posti il problema dei riferimenti perché erano già tutti introiettati. Parlando di giallo al femminile, in Italia c’è una tradizione fortissima risalente agl’anni ’70, soprattutto di donne con disturbi psicologici.”

Non è stato difficile scegliere le attrici. Mi piaceva molto giocare con il loro aspetto. In ogni caso, anche i personaggi maschili hanno una controparte femminile distinta, come il commissario e il rapporto materno con il figlio“. Trasformata, come le altre, è la protagonista, Giovanna Mezzogiorno, alla seconda collaborazione con Ozpetek dopo La finestra di fronte: “Tornare con Ferzan dopo il 2003 è stato un onore enorme. Mi chiamò l’estate di due anni fa dicendomi che stava pensando ad un film femminile e mi chiese se potesse inviarmi qualche pagina. Questa è una storia profonda, diversa e irrinunciabile. Adriana è complessa, con tanti aspetti propri della femminilità: passione fisica, solitudine, disagio mentale; una professionista, sicuramente borghese, infatti cammina lungo interni di una Napoli semi sconosciuta, e che di per sé hanno un’atmosfera stranissima, carica di storia, oscuri, affascinanti, sfarzosi. In questi ambienti lei porta avanti il suo tunnel mentale, parallelo alla realtà“. Rispetto all’intenso rapporto sessuale con il co-protagonista Alessandro Borghi, Mezzogiorno parla di un’intesa immediata: “Questa scena innesca la vicenda, ragion per cui ero piuttosto tesa prima di girarla. C’è stata subito chimica, complicità artistica e mi spingo a dire fisica perché non ho mai provato fastidio o pudore.”

Borghi è Andrea, mercante d’arte che seduce Adriana ad una festa privata: “Questo film è stato l’occasione per fare qualcosa di diverso. Già dalla scrittura si percepiva l’ambizione di strutturare un mistery. Perlopiù mi sono fatto guidare, perché Ferzan aveva un’idea molto più chiara, e devo dire che è stata un’esperienza bellissima.”