#RomaFF12 – The Best of All the Worlds, di Adrian Goiginger

E’ inevitabile chiedersi al termine di The Best of All Worlds quanta avventura il regista Adrian Goiginger abbia aggiunto alla sua storia d’infanzia. Proprio lui che fa dire al suo protagonista, nonché il ricordo del suo io bambino, che da grande desidera a tutti i costi fare l’avventuriere. Perché quella che il regista mette in scena non è altro che la sua vita a sette anni, raccontata prima in un libro, poi diventata una sceneggiatura, e resa piena di gesta quotidiane insieme alla madre affetta da una grave dipendenza da droga. E’ questa abitudine ai personaggi strani frequentati dalla figura materna, alle pozioni a base di oppio preparate grazie ad una formula magica, alle notti in mezzo alla natura riscaldati da un falò, ad installare in Adrian una propensione all’avventura ed alla fantasia che elimina qualsiasi pregiudizio nel guardare al film come ad un’operazione drammatica, o meglio, di denuncia. Rimane però il dubbio iniziale se questo relegare ad un angolo la condanna sociale sia un’operazione a posteriori dell’avventuriere Adrian oppure una (coraggiosa) ammissione che un bambino nella sua fase più infantile potrebbe non soffrire di una condizione trasformatasi per lui in una serena quotidianità.

In entrambi i casi questo significa portare sullo schermo immagini audaci, tutt’altro che filtrate, ma montate da un’occhio infantile che non manca di inserire qua e là qualche inserto fantastico a giustificare situazioni di paura ed incomprensione. Delle aggiunte all’estremo realismo generale che vanno a completare quell’epopea che il protagonista sta costruendo nella sua testa e che nel linguaggio cinematografico viene sottolineata da una colonna sonora da grande film d’azione. Un modo di approcciarsi alla scrittura che a tratti ricorda lo Spike Jonze di Nel paese delle creature selvagge, senza ovviamente il passaggio estremo da un piano reale ad un altro totalmente fantastico. Sebbene quest’attenzione ai mezzi del racconto sia evidente, è altrettanto chiaro che quello che preme all’austriaco è mettere in primo piano il rapporto con la madre a cui dedica l’intera parte emozionale. L’estrema protezione che la donna offre al figlio anche al culmine della sua dipendenza non fa vacillare nemmeno per un momento la fiducia che Adrian ripone in lei, tanto da installare nello spettatore il forte sospetto che l’intero film non sia altro che una sublimazione del perdono che il regista adulto ha concesso alla propria mamma. Un grado di intimità che sembra venir fuori nei momenti più anonimi, trasformati poi in quelli più significanti.