SentieriSelvaggi incontra Gian Luca Farinelli

Domani prende il via la 31° edizione di Il Cinema Ritrovato, autentico Eden per i cinefili e gli appassionati di tutto il mondo. Dove il cinema del passato sembra invece un grande slancio verso il futuro. Un programma ancora una volta ricchissimo, tra Robert Mitchum e Augusto Genina, Jean Vigo e Colette, passando per la seconda parte dei film della Universal di Laemmle jr. e la versione restaurata di La corazzata Potemkin. Ne parliamo con Gian Luca Farinelli, uno dei maggiori esperti di restauro internazionali, ideatore e creatore del festival dal 1986 e Direttore della Cineteca di Bologna dal 2000.

Inizierei a parlare della 31° edizione de Il Cinema Ritrovato  È un festival che hai creato nel 1986. Mi puoi raccontare come è nato e si è sviluppato?
È nato anche un po’ casualmente. La Cineteca di Bologna aveva ereditato un evento storico che si svolgeva a Porretta, il Festival del Cinema Libero che era stato un momento di grande importanza all’inizio degli anni ’60, rappresentava una sorta di contro-Venezia. Era stato creato prima di Pesaro, poi è entrato un po’ in crisi. Allora è stata presa la decisione di trasferirsi a Bologna. Si era discusso molto su come doveva diventare questo festival e che cos’era il cinema libero. Prima aveva mostrato la Nouvelle Vague nel mondo. Ma ormai, all’inizio degli anni ’80, faceva parte del cinema principale. Così piacque l’idea che proponemmo io e Nicola Mazzanti. Dove il cinema libero, quello veramente invisibile, apparteneva al passato. Divenne rapidamente un festival delle Cineteche, con film della storia del cinema. E poi, con programmi sempre più complessi, era anche un festival che mostrava la Storia, quella del ‘900. Alla metà degli anni ’90 il festival cambia data. Da fine dicembre passa a fine giugno. Con la possibilità di fare le proiezioni serali in Piazza Maggiore. Questo cambiamento trasforma l’evento, che era di nicchia e per specialisti, in un festival di grande pubblico. Quindi diventa contemporaneamente un luogo per specialisti dove ogni anno si ritrovano tutti i cinéphiles del mondo. Però ora ha anche un pubblico enorme. Che in una settimana arriva ad avere circa centomila spettatori. All’inizio degli anni Duemila si apre poi l’orizzonte del digitale. Con la possibilità, per chi detiene grandi archivi, di digitalizzarli e renderli disponibili. Così questa attività, che fino a quel momento era stata appannaggio delle cineteche, diventa interessante per gli ‘aventi diritto’ del mondo. Quindi parte una nuova stagione di grandi restauri che vengono fatti non solo dalle cineteche ma anche, per esempio, dalla Universal, la Sony o la Warner. E questo fa sì che l’operazione di restauro e conservazione del patrimonio cominci a riguardare una platea sempre più ampia. Che è composta anche da giovani che vengono a Bologna per vedere il passato del cinema come non lo si può fare altrimenti. Perché è vero che oggi, attraverso le diverse piattaforme, ci sono molteplici possibilità per farlo. Quando avevamo iniziato nel 1986 la prima rassegna che facemmo era su Fritz Lang. E all’epoca era molto complicato trovare i film. Oggi sul web invece la sua filmografia c’è tutta o quasi. A Bologna però i film si vedono nelle migliori condizioni possibili. Quindi è un’occasione unica per vedere le copie restaurate, in 35 mm. Con le presentazioni di grandi critici e dei protagonisti dei film. Gli appassionati vengono da tutti i continenti (Estremo Oriente, Sud America, Nord America, Europa) e in quella settimana Bologna diventa il paradiso dei cinefili.

 

il cinema ritrovatoLo abbiamo già accennato, ma mi interessa conoscere soprattutto il riscontro da parte delle giovani generazioni
Devo ammettere che ho pensato: “Questo è un festival che si esaurirà perché il pubblico dei cinéphiles non ci sarà più per raggiunti limiti di età”. Negli ultimi cinque anni invece si è invertita la tendenza e la maggioranza del pubblico è giovane. Tieni conto che ci sono circa una ventina di università di tutto il mondo che portano i loro studenti. Poi ci sono anche ragazzi che vengono per conto proprio. Che magari l’anno prima avevano partecipato a un corso universitario e poi si sono innamorati del festival. Il Cinema Ritrovato è diventato anche un luogo di incontro. Penso che oggi sia il festival più internazionale che c’è in Italia.

Tra l’altro c’è anche una sezione del festival che si chiama ‘Kids & Young’ che guarda verso il futuro con la partecipazione attiva degli studenti che realizzano materiali promozionali, intervistano i protagonisti, girano clip…
Si, c’è proprio una specifica attenzione verso un pubblico di giovani che vuole misurarsi con il cinema, anche come professione. Come hai sottolineato, c’è proprio una sezione ‘kids’. Perché li vogliamo prendere proprio da piccoli. Con l’idea che, seppur giovanissimi, possono provare il gusto e il piacere di vedere un film su uno schermo assieme ad altri bambini ed altre persone.

locandina il cinema ritrovato 2017Perché è stata scelto Robert Mitchum per il manifesto di quest’anno?
Intanto quest’anno è il centenario della sua nascita. Poi resta un interprete unico. Forse prima di lui si possono ricordare attori come Bogart così indipendenti, la cui biografia corrisponde in maniera così perfetta al personaggio che portano sullo schermo. Certo che dopo di lui forse i più grandi sono stati James Dean, Marlon Brando. Ma la cosa unica di Robert Mitchum è che in lui non c’è nulla di costruito. Lui era proprio così. Uno straordinario interprete, un eroe testardo, sensibile, sconfitto, generoso, intrattabile. Che comunque non segue mai un interesse ma sempre la sua stella, la sua anima. Resta un attore grandioso di quella nuova sensibilità che si stava creando nel dopoguerra. Restano memorabili le sue frasi dopo essere stato convocato dalla commissione per le attività antiamericane dove ha il coraggio di rivolgersi agli inquirenti dicendo: “Signori, ve lo ripeto, non ho altro da dire. Se volete, chiamatemi”. Pochi altri suoi colleghi sono riusciti a fare altrettanto. Quindi ci piaceva raccontare questo attore che è forse grande per noi ma magari per i giovani è sconosciuto. E abbiamo trovato questa immagine che ci sembra che corrisponda molto a Il Cinema Ritrovato. Con il dettaglio sugli occhi. Intravediamo chi è. E svelare delle immagini che ci sembrano oscure è proprio nella filosofia del nostro festival.
Samuel KhachikianIn questo senso l’edizione di quest’anno è proprio piena di sconosciuti. A partire da Samuel Khachikian che fino ad ora non è mai stato visto fuori dall’Iran. È stato il primo regista ad avere il suo nome prima dei titoli di testa. Era armeno, quindi straniero in patria ed è stato il primo cineasta di genere (realizzava thriller e horror) nell’Iran dello Scià. Fuori dal proprio paese il suo cinema non si poteva vedere soprattutto dopo la Rivoluzione. C’è anche il caso di Colette, personalità della letteratura francese ed europea. Ma noi la osserviamo non solo attraverso i film tratti dalle sue opere ma soprattutto quelli che lei ha amato. È stata infatti un critico cinematografico molto acuto. La sezione dedicata a lei è anche uno sguardo dei primi 50 anni della storia del cinema che parte da Musidora e Mae West, e arriva ad Audrey Hepburn che ha il suo primo successo interpretando a teatro proprio Gigi di Colette. Questo per dire che, anche quando abbiamo un personaggio conosciuto come quello di Colette, cerchiamo comunque di affrontarlo da un punto di vista non banale. E tutte le venti sezioni del festival sono il frutto di ricerche di mesi ma anche di anni. Un’altra cosa unica o comunque molto rara de Il Cinema Ritrovato è che molte delle rassegne che vengono fatte qui, poi vengono replicate a livello internazionale. È successo, per esempio, con quella dedicata alla Universal che ha restaurato opere importanti. Per tutti noi, negli anni ’30, era la casa di produzione che faceva i film dei mostri. In realtà all’epoca, rappresentava il centro delle novità dove lavoravano i registi più interessanti. Al di là di Dracula, Frankenstein e della mummia, c’era un corpo di opere formidabili. L’anno scorso abbiamo fatto una prima sezione e quest’anno ce ne sarà una seconda. Perché i film erano così tanti e interessanti che ci dispiaceva metterli in programma solo un anno. E poi questa retrospettiva ha fatto il giro del mondo.

geninaE su Augusto Genina, regista cosmopolita?
Genina è un altro degli ‘ormai’ sconosciuti. Abbiamo chiesto a un archivio se ci dava accesso a un film e ci hanno risposto: “No, perché la copia non ce l’abbiamo restaurata. Del resto noi ci occupiamo soltanto dei grandi registi italiani”. Che è una risposta abbastanza scontata nel senso che Genina non rientra tra i più importanti cineasti del nostro paese. Visto oggi, è invece un autore assoluto. Lui ha lavorato con Francesca Bertini, Pina Menichelli, Louise Brooks, Jean Gabin. Poi nel suo ultimo film (Frou-Frou del 1955), tra i tanti interpreti ci sono Gino Cervi e Louis de Funès. Insomma, un signor regista che ha attraversato il cinema europeo e che ha lavorato in Germania e in Francia con grande successo. Che ha vinto il Festival di Venezia quattro volte. È vero che in tre occasioni erano gli anni del fascismo. Ma è un cineasta che non è proprio così banale. E, rivisti oggi, i suoi film sono tutti di grande fattura. È un Howard Hawks che però non ha avuto la fortuna di lavorare ad Hollywood.
la corazzata potemkinAggiungo che, oltre a tutto questo, ci sarà la parte muta con gli accompagnamenti musicali. Ci saranno una decina di pianisti che vengono da tutto il mondo e che sono degli specialisti. Poi, in occasione delle proiezioni serali, ci saranno delle grandi orchestre. Volevo segnalarti anche la serata avanguardie dove, in onore di Fantozzi, mostreremo La corazzata Potemkin restaurato con orchestra e che sarà aperta dal prologo de La roue, che è un film ‘impossibile’ di Abel Gance, realizzato prima del Napoleon (è del 1923). Durava 8 ore, è in corso di restauro che sarà concluso nel 2019. Quest’anno mostriamo quindi i 20 minuti del prologo. Cocteau, quando lo vide, disse: “Come la storia della pittura è cambiata da Picasso in poi, così la visione di La roue cambia la nostra idea di cinema perché è una combinazione assoluta di spettacolo totale tra immagini, schermo, musica”. Tra il film di Gance e quello di Ėjzenštejn c’è una distanza di appena due anni. E credo che questa combinazione sarà un vero choc estetico.

L’intervista integrale, in cui si parla delle zone d’ombra della storia del cinema, dei rischi del restauro del digitale, dell’attività di distribuzione, dei costi della pellicola, del lavoro su Chaplin e Keaton e infine della top ten internazionale di Gian Luca Farinelli, potrete leggerla su Sentieri Selvaggi Magazine