#Venezia74 – Jusqu’à la garde, di Xavier Legrand

La famiglia, con le sue dinamiche e i suoi segreti resta protagonista, direttamente o meno, volente o nolente, degli interessi degli autori e come al solito anche questa edizione di Venezia lo sta dimostrando. Non smentisce l’assunto Jusqu’à la garde il film del quasi esordiente Xavier Legrand che porta in concorso un’opera di tutto rispetto nel quale, a prescindere da ogni indagine puramente sentimentale, quello che sembra essere il suo maggiore interesse, è costituito dai comportamenti, conseguenze di una separazione, sui due contendenti e sui figli.
I Besson divorziano, hanno due figli, ma il minore da proteggere è Julien. Il Tribunale decide per l’affido condiviso. Ma Julien non vuole stare con il padre e solo a malincuore accetta di trascorrere i fine settimana alternati decisi dal giudice. Dopo un tentativo di Jusqì'à la garderiavvicinamento, il padre ripete i comportamenti che hanno portato la donna a decidere per la separazione. Nessuna riconciliazione nell’escalation di piccole e grandi violenze che separano definitivamente i due coniugi.
Lo sguardo di Legrand, non è affettivo, ma nello stesso tempo mantiene una parzialità mai fastidiosa, mai invadente. Il padre, protagonista maschile, è naturalmente, diremmo ontologicamente, dalla parte del torto e questo sulle prime infastidisce. Ma questa volta è il regista ad essere onnisciente e non lo spettatore, come accade in altre occasioni, e sembra dirci, abbiate pazienza e vi spiego perché. In breve saremo dalla sua parte.
Su una tutto sommato semplice partitura Legrande imbastisce la sua storia per dimostrare, senza darlo troppo a vedere, il suo punto di vista. Sotto le spoglie della narrazione di una storia che in sé non ha nulla di eccezionale, ma è soltanto una fra le tante, l’autore dimostra il suo teorema senza farne un film a tesi. In questo sta il pregio del film. Legrand utilizza uno sguardo asciutto, a suo modo puro o comunque purificato da una onestà di fondo e di intenti e soprattutto mai conciliatorio. Il regista svela il suo desiderio di raccontare, come si diceva, i comportamenti istintivi che destabilizzano gli equilibri, raccontando quindi l’incapacità di un amore senza possesso assoluto. Jusqu’à la garde, nonostante tutto non mantiene alcun tono predicatorio, anzi il suo distacco dalla materia perpetua in qualche modo una tradizione d’oltralpe nella quale abbiamo sempre riconosciuto la capacità di rapportarsi con il distacco necessario dalla materia narrata.
Lagrand non ingigantisce i fatti e, per così dire, vola basso, dentro una conclamata normalità quotidiana, la sua messa in scena è attenta, curata, mai eccessiva ma il suo non è solo un compito bene eseguito, perché, ancora una volta, il film riesce a spiazzarci e lo fa attraverso i silenzi del ragazzino che sa assumersi le responsabilità che gli spettano, dimostrando una maturità superiore a quella del padre.
Legrand non è interessato ai sentimenti che mai assumono la parte dominante del film, ci sembra piuttosto che preferisca lavorare su quel terreno fertile e poco esplorato che si forma nella caparbia solitudine, anche autopunitiva, che segue Jusqì'à la garde_1alla frattura di un rapporto. Qui il personaggio maschile prende spessore e nel suo desiderio inconscio di isolamento il costante ritorno dei cattivi rapporti con i figli e con i propri genitori. Queste frustrazioni alle quali si aggiunge quella principale della distruzione del rapporto con la moglie, si riversano sul piccolo Julien che è sovraccaricato dal peso di questa fatica psicologica.
I discorsi restano aperti, il film di Legrand si incarica di suggerirli e la sua mano sicura non ha timore di assumere la ricercata e misurata parzialità di cui dicevamo, confermando, ancora una volta che non è importante quasi mai cosa si racconta, quanto, piuttosto il punto d’osservazione che si sceglie che, a sua volta diventa modalità narrativa e poi oggetto di giudizio.