VIAGGIO IN ITALIA – Stella Maris di Giacomo Abbruzzese e L'albero di trasmissione di Fabrizio Bellomo

stella marisStella Maris di Giacomo Abbruzzese (Fr./It. 2014 – 27')

Di questo giovane filmmaker italiano – origini pugliesi, pratica apolide, studi francesi (Le Fresnoy, la Cinefondation di Cannes) e produzione pure – abbiamo già parlato ampiamente in questa rubrica. Torniamo a scriverne per dire del suo ultimo cortometraggio, Stella Maris: produzione maggioritaria d'Oltralpe girata in Puglia, che segue di poco un altro corto, This Is The Way, presentato a TFF 32/Onde, che invece era la “self biography” girata con smartphone di una diciottenne olandese sospesa tra due amori (un ragazzo e una ragazza), una madre conla sua compagna e un padre naturale con il suo compagno. Stella Maris (ovunque nel circuito internazionale dei festival di cortometraggi: due premi in Spagna a Soria e prossimamente anche a Clermont-Ferrand) è invece una parabola politica in forma di fiaba, astratta nel tempo presente/passato di un paesello costiero del sud: c'è un sindaco guercio e truce, c'è un giovane ribelle finito in prigione per un graffito irriverente e per aver accecato il primo cittadino con un petardo, c'è la processione della Santa Vergine che viene dal mare incoronata da antiche luminarie… La tradizione vuole che il detenuto capace di raggiungere per primo la statua a nuoto ottenga la grazia, e il rito ovviamente si tramuta nel gioco di forza tra potere e idealità, corruzione e purezza, odio e amore. Abbruzzese tende l'arco della fiaba e ottiene una parabola politica universale, duplicando in astrazione affabulatoria la deflagrazione visionaria del fiammeggiante finale di Fireworks (il siderurgico tarantino abbattuto da bombe immaginarie al culmine dei festeggiamenti di Capodanno…). Stella Maris è un lavoro potente e dolce, scritto con una tensione morale bressoniana che accarezza sobriamente ma sensibilmente la purezza della vita e della libertà. Ritornano in Abbruzzese il tema della notte attraversata dalla luce (già in Archipel e in Fireworks), la costanza del bagliore che si accende nel buio, della fiamma che esplode come un ideale e acceca il potere (la non-bomba di Archipel, i fuochi d'artificio in Fireworks, il petardo che acceca il sindaco in Stella Maris…). L'ardore dell'icona sacra in fiamme nel finale è una visione abbacinante e simbolicamente potentissima, che fa deflagrare il sentimento iconoclasta di questo filmmaker, sospeso tra un senso atavico del tempo interiore (quello della tradizione, del rito) e un tempo moderno della libertà intesa come punto di fuga per ogni possibile idealità e gioventù.

 

 

l'albero di trasmissioneL'albero di trasmissione di Fabrizio Bellomo (It. 2014 – 47')

Potrebbe essere una discarica, o il deposito di un robivecchi, o l'atelier di un artista meccanico: il perimetro definito da vecchie lamiere e da uno squilibrato cancello è lo spazio vitale della famiglia Ciliberti, ai margini di un quartiere popolare barese, un vecchio padre che aveva progettato e costruito un'automobile poi venduta per un pugno di milioni ad acquirenti svedesi (questa la leggenda di famiglia), il figlio Simone che assembla oggetti d'arte povera tra ruggine e malumore, un altro figlio più taciturno e distaccato, un nipotino irrefrenabile… Il ritratto si struttura come un doc delle meraviglie, affabulatorio e silenzioso, in ascolto delle ore e dei giorni di questo interno familiare irregolare. Bellomo gioca a rompere la frontalità e crede nel silenzio del filmare a crudo, gioco d relazione implicita, tensione di una complicità non dichiarata. Non c'è empatia nel suo sguardo, semmai c'è simpatia, qualcosa di garroniano… L'obiettivo è il ritratto generazionale, il tempo che passa di padre in figlio in questo mondo ai margini del passato e del presente. Si tratta tutto sommato di figure disadatte alla realtà: la creatività produttiva del vecchio padre, l'inventiva antiproduttiva del figlio… Il fulcro affabulatorio offerto dal prototipo di automobile, che definisce la dimensione "impossibile" di questi personaggi, arriva forse un po' tardi e resta esattamente quello che è stato anche per i Ciliberti: un'occasione (intenzionalmente?) mancata… Resta però intenso il tono vagamente nostalgico e scontornato che assume la parte finale, dove le relazioni tra i personaggi si fissano in questa emozione di tempo perduto che occupa il loro presente, così coerente con lo scarto tra la creatività produttiva/improduttiva di tutti i personaggi…