#Cannes2021 nel retrovisore. Finale di partita

Com’è andata la vita dell’accreditato stampa durante la bolla di Cannes 74? Racconto all’indomani della chiusura del festival svoltosi in presenza e del suo protocollo pandemico

«Wait, wait, wait…», gli grida cercando di bloccarlo con il braccio di Mélanie Laurent. Ma è già troppo tardi. Il presidente di giuria Spike Lee ha già annunciato per sbaglio il (bizzarro, discutibile, inatteso, ma non è questo il punto) film vincitore prima ancora dell’inizio delle premiazioni. Uno spoiler in mondovisione tanto inedito e insensato che sembra quasi un geniale atto situazionista, lanciato come una bomba nel Grand Theatre Lumière per stravolgere e sgonfiare le regole, le scalette, i protocolli e perfino l’ingessata etichetta propria di ogni cerimonia di chiusura non solo sulla Croisette. E invece si tratta solo di pura confusione, con le mani sul volto di Mati Diop, con il sorriso incredulo di Jessica Hausner e con lo stesso Spike Lee che, mummificato nel suo completo technicolor, si siede a fissare il vuoto dopo il fraintendimento e la topica. In realtà solo l’antipasto degli altrettanto confusionari doppi ex aequo di Premio della Giuria e Grand Prix per i quali mancavano fisicamente le palme, costringendo – ancor più grave in epoca Covid – le due strane coppie di registi Kuosmanen/Farhadi e Weerasethakul/Lapid a scambiarsi sul palco lo stesso premio giusto per il tempo delle foto. Fino al vistoso imbarazzo finale di Vincent Lindon una volta chiamato sulla ribalta dopo la Palma d’Oro a Titane di Julia Ducournau, sconcertato dalla situazione di improvvisazione pressoché totale che stava andando in scena. Solo la consegna della Palma d’Onore a Marco Bellocchio è stato un momento realmente solenne, in una cerimonia di premiazione vero e proprio teatro dell’assurdo che forse, nel riavvolgere il nastro, era l’unico possibile epilogo della surreale Cannes74.

Un’edizione stramba, inedita, per molti versi irreale, paradossalmente molto più vivibile del solito eppure percepibile come una sorta di realtà parallela, che vivere nello scorrere dei suoi dodici giorni è stato un po’ come sentirsi trasportati nella versione pandemica, proprio perché antipandemica in tutti gli sforzi per ostentare a ogni costo una normalità impossibile, di una pièce di Samuel Beckett. A partire da un programma che in sostanza ben pochi titoli ha aggiunto ai tanti film rimasti fermi per quasi due anni, così lungamente attesi da essere stati presentati in qualche modo già nel passato, in un vero e proprio sfasamento temporale per il quale Cannes74 è stato in buonissima parte l’ultimo Festival del 2020, idealmente collocato ancora prima della scorsa Venezia. Tanto che persino morire sullo schermo (in France di Dumont, nel Vortex di Noé, ma pure fuori campo nei Tre piani di Moretti) ha sempre e inevitabilmente portato nella sequenza successiva a una lapide datata 2019, mentre l’unico riferimento realmente contemporaneo di tutto il concorso è giunto dal Giappone, con il sorriso che riemerge da sotto la mascherina nel magnifico epilogo, a sua volta modificato in corso d’opera, con cui Ryûsuke Hamaguchi ha chiuso il suo Drive my car.

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Poi, certo, c’è stato il momento in cui il delegato generale Thierry Frémaux, in una bella mattinata di metà Festival, è salito trionfante sul palco ad annunciare fra gli applausi che «Oggi non c’è stato nemmeno un positivo», inducendoci a pensare come invece, in tutti gli altri giorni, ce ne fossero stati. Né tracciati, né esclusi dalle due sale principali, con il pass sanitario richiesto per entrare distanziati al Palais ma non per rimanere appiccicati per ore in Lumière e Salle Debussy. Così come è apparso in qualche modo ‘spiritoso’ il subentrare solo al quarto giorno della registrazione di Monsieur Le President du Festival Pierre Lescure a chiedere gentilmente di tenere le mascherine indossate per tutta la durata della proiezione. Una voce rimasta comunque inascoltata da tanta parte del pubblico internazionale. Evidenti falle organizzative, tra un test salivare e l’altro, metodo rifiutato da ogni governo del mondo per la scarsa affidabilità e a Cannes invece sbandierato come panacea e soluzione per regolare gli accessi di chi non avesse completato il ciclo vaccinale da almeno venti giorni. Pennellate di surrealtà su un’edizione nata assurda, non solo per il fatto di arrivare a oltre due anni dalla precedente, non solo per la presenza di meno di metà (ma forse anche un terzo) dei soliti accreditati, e nemmeno solo per lo slittamento dal consueto maggio al balneare metà luglio con conseguente e inaspettato allentamento dei protocolli di eleganza – escluse le solite proiezioni di gala in abito da sera, nessuno prima di arrivare a Cannes si sarebbe aspettato di poter girare liberamente per il Palais e per le sale in calzoncini corti senza trovare alcuna obiezione da parte dell’organizzazione.

Il vero surreale di Cannes74 è stato più in generale nel fatto di essersi ritrovati, dopo un anno e mezzo di restrizioni pandemiche, catapultati all’improvviso in una sorta di bolla iper-assembrata (affidata a un protocollo sanitario azzardato secondo il quale comunicare i settanta positivi accertati solo a fine manifestazione), ostinata nell’avere a ogni costo il colpo d’occhio delle sale piene al 100%. Mentre fuori, sulla Croisette, tutti si accalcavano  esattamente come al solito, in attesa della Montée des marches del vip di turno in scene tanto normali quanto ormai fuori dalle abitudini.
Resterà di questa Cannes il multisala a La Bocca, pre-inaugurato con le repliche di questa edizione e nelle intenzioni per sempre a disposizione della kermesse con le sue sale enormi e tecnicamente impeccabili, resteranno i venti mirabolanti minuti di fuochi d’artificio sparati sul mare durante la festa nazionale del 14 luglio anniversario della Bastiglia, e resteranno i (non moltissimi, ma realmente importanti) grandi film dei vari Desplechin, Amalric, Dumont, Hamaguchi, Bellocchio e Verhoeven, passando per Jonas Carpignano meritato vincitore della Quinzaine.
Come si spera resti la radicale svolta, fondamentale per gli accrediti ‘bassi’ non più costretti a infinite code per poi spesso non riuscire a entrare, della prenotazione dei posti in sala che per almeno un anno ha limitato alle sole conferenze stampa (e a qualche proiezione che come sempre non esiste la mattina in Salle Bazin…) il classismo su cui da sempre Cannes si fonda. Un classismo che, come sempre, riesce ad annullare del tutto solo la mensa, nella sua solita collocazione quasi segreta nel ventre più squallido del Palais. Quell’unico luogo, simbolicamente nascosto sotto terra, in cui anche nel luccichio di Cannes tornano davvero l’uguaglianza e l’umanità, in cui il cerimoniere di sala si allenta il farfallino per addentare una coscia di pollo vicino al più umile giornalista, in cui il poliziotto appoggia i pennacchi della divisa per non rischiare di sporcarli di camembert. Quell’unico luogo in cui per almeno dieci minuti alla volta tutti si salutano cordialmente, senza più ruoli né etichette da rispettare. L’unico dietro alle quinte in cui è impossibile sbagliare, perché l’unico annuncio è il menu del giorno.

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