Marx può aspettare, di Marco Bellocchio

Palma d’onore a #cannes2021, Bellocchio torna al gorgo familiare, per confrontarsi con il ricordo del fratello gemello Camillo. E le sue immagini raccontano una rivoluzione sempre più intima

Il 16 dicembre 2016 tutta la famiglia Bellocchio si riunisce per un pranzo di festeggiamento. I fratelli ancora vivi, Letizia, Pier Giorgio, Maria Luisa, Alberto, insieme alle mogli, i figli, i nipoti… L’idea di Marco è di partire da lì per ritornare ancora una volta riesplorare la trama e il gorgo familiari, ciò che da sempre nutre le sue immagini. Ma qual è il punto focale di tutto, l’asse di questo riattraversamento? Da una vecchia foto, l’obiettivo si stringe fino a inquadrare il volto della madre. Ma è solo un falso fuoco, una prospettiva laterale. Perché l’attenzione si sposta subito su un altro personaggio, l’angelo Camillo, il fratello gemello del regista, morto suicida nel ’68. Quella di Camillo è, probabilmente, la tragedia più grande della famiglia, ancor più della “follia” del primogenito Paolo, le cui urla e “bestemmie” hanno ossessionato tutti per anni. Ed è la tragedia di un ragazzo all’apparenza sorridente, disponibile, “positivo”, ma logorato nel profondo da un dolore inascoltato. Una sofferenza che cresce nel deserto affettivo di una famiglia in cui, nonostante l’apparente saldezza dei legami, nonostante il fervore religioso della madre, vige la regola della sopravvivenza. Ognun per sé. È lo stesso Bellocchio a confessarlo ai propri figli. E non esita ad ammettere le proprie colpe e responsabilità, nel non aver saputo capire, intuire il disagio profondo di un gemello incapace di trovare la propria strada autentica, oppresso dallo spettro del fallimento. Così come non si tirano indietro i fratelli Pier Giorgio e Alberto, che ritornano alle ragioni di quel suicidio, forse mai del tutto compreso e metabolizzato. Ed è come se, in qualche modo, qui, davanti alla macchina da presa, si provasse per la prima volta a razionalizzare.

Il lato femminile della famiglia, le sorelle, la cognata Pia (moglie di un altro fratello scomparso, Tonino), sembra stare, invece, più sulla pietà, sul piano della partecipazione emotiva, più istintivamente affettivo. Ma comunque Bellocchio si confronta con tutti. Ritorna tra le strade e gli spettri mai domi di Bobbio, accoglie ricordi, ipotesi, rimorsi, rimpianti. Parla con Giovanna, la sorella di una vecchia fidanzata di Camillo. Parla con l’amico di sempre, Gianni Schicchi, figura onnipresente del cinema bellocchiano più intimo, con lo psichiatra Luigi Cancrini, che prova a gettar luce sui nodi irrisolti della personalità di Camillo, con il padre gesuita Virgilio Fantuzzi, che ragiona sul dolore della madre. Perché è lì che si concentra a un certo punto lo sguardo, su quel dramma di una madre incapace di accettare la disperazione del gesto, ossessionata dall’idea delle fiamme dell’inferno, preda di un delirio religioso quasi medioevale (o da Antico Testamento, come dice Alberto). La santità alla prova della vita. Per lenire quel lutto straziante, la famiglia è costretta a fingere, a ridimensionare la grave inappellabilità del suicidio nella finzione di un incidente, di una fatalità. È la tragedia che si trasforma in teatro, a difesa del salvabile. Ed è qui, forse, che il film raggiunge i picchi più strazianti.

Bellocchio, sulle note di Ezio Bosso (pace all’anima sua), recupera materiali familiari, foto, pagelle, documenti, vecchi filmati, e li mette a confronto da un lato con l’archivio della Storia, dai tempi della guerra fino agli anni della contestazione, dall’altro con i fantasmi onnipresenti del suo cinema più viscerale, I pugni in tasca, Gli occhi, la bocca, L’ora di religione. E in quei fantasmi vedi muoversi tutto un vissuto autentico, l’infinito tentativo di uno straordinario regista di trovare nelle immagini una forma di comprensione, guarigione e rivoluzione. Una rivoluzione che diviene sempre più una questione personale, una battaglia interiore, al di là delle fedi ideologiche degli anni ’60 – ’70. Marx può aspettare, del resto, è proprio l’amara risposta che Camillo dà a Marco, che lo esorta a trovare una ragione di vita nella lotta politica, nell’impegno per il popolo. Prima di salvare il mondo devi salvare te stesso. Ed è in questa consapevolezza che si svela, chissà quanto inaspettatamente, il lato spirituale dell’opera di Bellocchio. Un’apologia della religione, dice padre Fantuzzi al regista sorpreso, fino al paradosso di una bestemmia che vale come un’invocazione, un ultimo grido di preghiera. Chissà che non abbia ragione lui. Fatto sta che, oggi, la rabbia di un tempo sembra essere un ricordo sempre più lontano. Sebbene la pace non sia ancora raggiunta, seppur l’inquietudine ancora attraversa le inquadrature, c’è tempo anche per un sorriso. C’è la sensazione di una solitudine non più invincibile, di una comunione riscoperta. Letizia, sul finire, dice di voler andare in paradiso, ma non per vedere Dio o i santi, per ritrovare la mamma, il papà, Camillo, i suoi cari. Saremo miliardi di miliardi, lassù. Chissà se sarà possibile. Ma c’è un tempo infinito davanti.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Regia: Marco Bellocchio
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 100′
Origine: Italia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.13 (16 voti)
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