Torna oggi in sala I pugni in tasca di Marco Bellocchio

È strano. È ancora un volta come la storia della volpe in trappola che la Arendt raccontava a proposito di Heidegger. Perché se è vero che I pugni in tasca è una storia di eversione, di uscite dal tracciato, di eccezioni che scompaginano la trama stretta delle cose, è pur vero che i pezzi rimasti a terra son solo schegge marginali, che non intaccano la sostanza della struttura, il complesso dell’ordito. Il caos ritorna all’ordine, nel flusso naturale delle cose. E di là, allora, new order, nuove trame, nuovi blocchi di granito… e nuove sbarre, poche finestre, aria di decomposizione. Fino al prossimo respiro.

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Il film di questo regista ventiseienne è molto più di un atto ribelle e rabbioso. È una specie di spirale disperata, l’osservazione di un ciclo perfetto, quasi naturale: un fiore che sboccia, appassisce e muore. Ed è per questo che c’è già tutto dentro. La passione e la freddezza, il fremito e la lucidità, l’insofferenza delle regole e il nitore di un classico predestinato. Ed è sempre per questo che I pugni in tasca sembra un po’ la trappola, magnifica e terribile, di Bellocchio. Il film che contiene in sé tutto il cuore pulsante del suo cinema futuro. Ma anche il gorgo dal quale (magari per nostra fortuna) non riuscirà mai a uscire del tutto. L’opera della rivelazione, ma anche quel macigno di paragone che peserà su tutto l’avvenire. Sulla stessa percezione di Bellocchio, che tornerà lì ogni volta, a confrontarsi con le sue immagini e i suoi mostri e solo con essi. Solo con sé stesso. Come in Sorelle Mai, quando Ale e la sua famiglia ritornano a galla dalle viscere della mente e del cuore, si riproiettano e si rimostrano, mescolandosi ai nuovi volti, per le nuove strade. Come fantasmi liberati in un altro tempo.

I_pugni_in_tascaIn fondo in tutto il cinema di Bellocchio c’è un movimento incontrollato, uno slancio che scuote dalle fondamenta una realtà che ambisce o è condannata a essere immobile, una struttura gerarchica, ordinata, un’istituzione insomma. Come fosse tutto uno “scarto” partito da quest’altare (della patria). Non è vero che ne I pugni in tasca nessuno dei personaggi sia normale. O meglio, o lo sono tutti, nella loro supina accettazione dello stato delle cose, o non lo è nessuno, per cecità, ipocrisia, paura, o poco importa chissà cos’altro. Ma se non tutti son folli, allora tutti sono normali. Come in un labirinto stretto e sterrato, o un infinito gioco dell’oca. La trappola è pronta. E l’unica eccezione sembrerebbe essere Ale che, pur tra ripensamenti e risoluzioni improvvisate, è l’unico a tentare l’assalto al suo sclerotico universo familiare, per mandarne all’aria tutto il portato di compromessi, quel grumo di incomprensioni, ipocrisie, storture, incesti. È Ale il movimento eversivo che si rispecchia nella mobilità incessante, vitale e epilettica del corpo di Lou Castel (anche lui in trappola). È Ale l’anormale, il portatore insano di devianza. Ma la sua furia iconoclasta è destinata a essere riassorbita dall’istinto di conservazione del sistema. L’eccezione torna alla regola più grande. Che è quella della morte, del cinema/set insuperabile, come il teatro di posa dell’ufficio di Johnnie To. Perciò I pugni in tasca è e resterà il film più perfetto di Bellocchio. Ma anche quello più odioso. Perché in esso la forma e la materia si saldano in prigione. Non si esce da qui. A meno che non si ipotizzino altre evasioni, altri sottili strategie terroristiche. Quelle dei Fagioli e dei diavoli (in corpo), quelle dei sogni e delle arti, delle notti rovesciate in giorni, quelli delle forme che si sgretolano e del cinema che si espande in vita. Bellocchio lo sa. Perciò, dopo esser già morto, vive e vive e vive.

Regia: Marco Bellocchio

Interpreti: Lou Castel, Paola Pitagora, Marino Masé, Liliana Gerace, Pier Luigi Troglio

Distribuzione: Il cinema ritrovato – Cineteca di Bologna

Durata: 105′

Origine: Italia, 1965