Torna oggi in sala I pugni in tasca di Marco Bellocchio

Di nuovo in sala, dopo cinquant’anni, il film d’esordio di Bellocchio. Il film che contiene in sé la materia del suo cinema futuro, ma anche una trappola magnifica e terribile, senza vie d’uscita

È strano. È ancora un volta come la storia della volpe in trappola che la Arendt raccontava a proposito di Heidegger. Perché se è vero che I pugni in tasca è una storia di eversione, di uscite dal tracciato, di eccezioni che scompaginano la trama stretta delle cose, è pur vero che i pezzi rimasti a terra son solo schegge marginali, che non intaccano la sostanza della struttura, il complesso dell’ordito. Il caos ritorna all’ordine, nel flusso naturale delle cose. E di là, allora, new order, nuove trame, nuovi blocchi di granito… e nuove sbarre, poche finestre, aria di decomposizione. Fino al prossimo respiro.

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Il film di questo regista ventiseienne è molto più di un atto ribelle e rabbioso. È una specie di spirale disperata, l’osservazione di un ciclo perfetto, quasi naturale: un fiore che sboccia, appassisce e muore. Ed è per questo che c’è già tutto dentro. La passione e la freddezza, il fremito e la lucidità, l’insofferenza delle regole e il nitore di un classico predestinato. Ed è sempre per questo che I pugni in tasca sembra un po’ la trappola, magnifica e terribile, di Bellocchio. Il film che contiene in sé tutto il cuore pulsante del suo cinema futuro. Ma anche il gorgo dal quale (magari per nostra fortuna) non riuscirà mai a uscire del tutto. L’opera della rivelazione, ma anche quel macigno di paragone che peserà su tutto l’avvenire. Sulla stessa percezione di Bellocchio, che tornerà lì ogni volta, a confrontarsi con le sue immagini e i suoi mostri e solo con essi. Solo con sé stesso. Come in Sorelle Mai, quando Ale e la sua famiglia ritornano a galla dalle viscere della mente e del cuore, si riproiettano e si rimostrano, mescolandosi ai nuovi volti, per le nuove strade. Come fantasmi liberati in un altro tempo.

I_pugni_in_tascaIn fondo in tutto il cinema di Bellocchio c’è un movimento incontrollato, uno slancio che scuote dalle fondamenta una realtà che ambisce o è condannata a essere immobile, una struttura gerarchica, ordinata, un’istituzione insomma. Come fosse tutto uno “scarto” partito da quest’altare (della patria). Non è vero che ne I pugni in tasca nessuno dei personaggi sia normale. O meglio, o lo sono tutti, nella loro supina accettazione dello stato delle cose, o non lo è nessuno, per cecità, ipocrisia, paura, o poco importa chissà cos’altro. Ma se non tutti son folli, allora tutti sono normali. Come in un labirinto stretto e sterrato, o un infinito gioco dell’oca. La trappola è pronta. E l’unica eccezione sembrerebbe essere Ale che, pur tra ripensamenti e risoluzioni improvvisate, è l’unico a tentare l’assalto al suo sclerotico universo familiare, per mandarne all’aria tutto il portato di compromessi, quel grumo di incomprensioni, ipocrisie, storture, incesti. È Ale il movimento eversivo che si rispecchia nella mobilità incessante, vitale e epilettica del corpo di Lou Castel (anche lui in trappola). È Ale l’anormale, il portatore insano di devianza. Ma la sua furia iconoclasta è destinata a essere riassorbita dall’istinto di conservazione del sistema. L’eccezione torna alla regola più grande. Che è quella della morte, del cinema/set insuperabile, come il teatro di posa dell’ufficio di Johnnie To. Perciò I pugni in tasca è e resterà il film più perfetto di Bellocchio. Ma anche quello più odioso. Perché in esso la forma e la materia si saldano in prigione. Non si esce da qui. A meno che non si ipotizzino altre evasioni, altri sottili strategie terroristiche. Quelle dei Fagioli e dei diavoli (in corpo), quelle dei sogni e delle arti, delle notti rovesciate in giorni, quelli delle forme che si sgretolano e del cinema che si espande in vita. Bellocchio lo sa. Perciò, dopo esser già morto, vive e vive e vive.

Regia: Marco Bellocchio

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Interpreti: Lou Castel, Paola Pitagora, Marino Masé, Liliana Gerace, Pier Luigi Troglio

Distribuzione: Il cinema ritrovato – Cineteca di Bologna

Durata: 105′

Origine: Italia, 1965

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