Captain America: Civil War, di Joe e Anthony Russo

La lunga storia dei marvel-movies ha insegnato a prendere con le molle i giudizi del primo minuto. La consegna della fase produttiva nelle mani della casa editrice ha inculcato anche nello spettatore cinematografico una sensazione ben nota al lettore dei comic-book. L’immediata percezione di appagamento non deve essere mai definitiva ma deve evaporare in tempo per il numero del mese successivo. Civil War si attiene coscienziosamente a questa logica anche se la dilata alla pratica di alcuni memorabili king-size annual.

La distanza ravvicinata con Batman V Superman di Zack Snyder offre un’occasione sia per valutare le conseguenze di questo approccio sia per ribadire che il marvel-movie è un genere a parte rispetto a quello più esteso dell’adattamento dei fumetti. La casa editrice ha un interesse formale che si limita alla stesura di un orizzonte omogeneo nel quale poter inserire a proprio piacimento il catalogo dei suoi personaggi. L’evoluzione futura dei suoi film raramente proporrà un cambio di tonalità analogo a quello che si è verificato nel passaggio da Man of Steel a Dawn of Justice. La possibilità di avere due scenari completamente differenti come quello di Metropolis e quello di Gotham City viene scartata come un rischio inutile. I supereroi della Marvel si muovono attraverso diverse città del mondo che si assomigliano tutte nonostante la loro collocazione geografica.

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La sfumatura da action-movie che caratterizza il franchise di Captain America viene mantenuta nella sequenza iniziale della missione a Lagos e successivamente nel lungo inseguimento per le strade di Bucarest. Tuttavia, lo stile non è mai fissato e per questo nessuno avverte lo stacco quando Joe e Anthony Russo devono gestire la più incredibile tutti contro tutti degli ultimi anni. La ricerca di un qualsiasi virtuosismo all’interno di Civil War sarebbe vana e nessuno potrebbe trovarvi un istante puramente cinematografico. Zack Snyder indugia a lungo sul cane della pistola che strappa la collana di Martha Wayne e fa precipitare le sue perle sui marciapiedi umidi di Gotham City. Invece, i due devono soltanto regalare il movimento a dei frame che il fandom della Marvel conserva da sempre nella memoria. La gigantesca estensione di Ant-Man sulla punta della freccia di Hawkeye o la luce del raggio di Iron Man che si infrange sullo scudo di Captain America…
I due film trattano la pagina illustrata come uno storyboard ma la DC finisce quasi sempre per attingere all’affidabile immaginario di Frank Miller. I suoi celebrati graphic-novel sono una risorsa illustre ma partono spesso da un’ispirazione cinematografica. I disegni e la storia di 300 erano nati dalla sua suggestione infantile per un vecchio peplum di Rudolph Maté. La loro catena di trasmissione ritorna al cinema come ad un punto iniziale mentre nel caso dei marvel-movies il percorso è inverso.

La polarità a favore del fumetto ha permesso al ciclo di The Avengers di sfruttare tutte le caratteristiche della serialità. L’adattabilità è dimostrata dal successo di due prodotti per il formato televisivo come Daredevil e lo spin-off di Agents of SHIELD. Le implicazioni sono molteplici ma quelle più importanti riguardano l’affiatamento dei personaggi e il modo in cui evolvono le loro relazioni. La Marvel può utilizzare fino in fondo la forza centrifuga di un film corale e non sente mai la necessità di mettere un punto alle sue tracce narrativa. L’antipatia latente tra i due rivali principali è nata sin dal loro primo incontro e si è amplificata invece di spegnersi. Civil War mette in campo dei temi forti come l’etica e la vendetta e li spinge al massimo moltiplicandoli con il coefficiente della fedeltà ai propri affetti oppure ai propri doveri. Il villain interpretato da Daniel Bruhl ha poco di soprannaturale e rinuncia in partenza a combattere in prima persona. Le sue azioni non fanno altro che predisporre lo scenario ideale per accendere la miccia delle tensioni latenti.

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Stephen McFeely e Christopher Markus hanno in mano lo storyline sin da The First Avenger e non vogliono perdersi nemmeno una chance di questa tempesta perfetta preparata da anni. Lo scontro tra Iron Man e Captain America punta a ripetere la dimensione epica di quello irriducibile tra Wyatt Earp e Billy the Kid e in più non ha nemmeno l’obbligo di essere autoconclusivo. Il magnetismo degli spunti è tale che lo spettatore deve prendere una parte e quindi stabilire un’empatia con un eroe o con l’altro. Eppure, l’adesione non è mai esasperata e il pubblico non si sente mai forzato dall’incongruenza di un indirizzo calato dall’alto. Il racconto rallenta sempre un attimo prima di prendersi troppo sul serio e in questo senso i nuovi innesti sono fondamentali.

Spider-Man entra nella storia senza lo stucchevole prologo delle sue nuove origini e anche Black Panther irrompe in medias res con invidiabile efficacia. Civil War è un blockbuster che non esita a diventare una sit-com quando serve. Un contesto in cui tutti sanno perfettamente la loro battuta e il tempo in cui lo spettatore si aspetta che la dicano. Il suo successo globale fa in modo che chi non riconosce il momento giusto in cui Vision farà quella cosa o in cui Black Widow prenderà quella scelta si sente escluso. La Marvel ha pensato anche a questo e gli mette a disposizione tutti gli episodi precedenti in previsione di quelli futuri.

 

Captain America: Civil War

Titolo originale: id.

Regia: Joe e Anthony Russo

Interpreti: Robert Downey Jr., Chris Evans, Scarlett Johansson, Sebastian Stan, Don Cheadle, Jeremy Renner, Anthony Mackie, Daniel Bruhl

Distribuzione: Walt Disney

Origine: USA, 2016

Durata: 146′