CINEMA – 1a Festa Internazionale di Roma – Cercasi Diane Arbus disperatamente…. "Fur FUR: an immaginary Portrait of Diane Arbus" (Première)

Nel suo essere visivamente e politicamente "corretto" il film non riesce a scardinare quelle trappole visive, quelle prigioni mentali che invece Diane Arbus sfondava con la potenza del suo sguardo. Le fotografie della Arbus non erano piacevoli, ma mettevano a nudo le mostruosità con una spietatezza di sguardo da sfiorare, a sua volta, la mostruosità

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E così dopo tanti proclami, clamori e polemiche, finalmente questa 1a Festa del Cinema ha avuto inizio. Alle parole seguiranno i film e sarebbe bello che fossero i film l'oggetto d'amore/disamore del contendere, e non malefici pregiudizi su questa pazzesca operazione veltroniana.

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Tutti sembrano stare già pronti, con il fucile spianato, a cogliere ogni imperfezione, ogni errore, ogni gaffe di questo Festival, e a fare gli ovvi confronti con gli altri grandi appuntamenti di Venezia, Cannes, Berlino. C'è tanto incredibile rancore/livore nei confronti di questa Festa da parte di molti addetti ai lavori che verrebbe, solo per essere bastiancontrari, di augurarsi invece che poi tutto vada bene, che l'organizzazione sia perfetta, i parcheggi fruibili, il traffico per arrivare fluido, i vigili gentili, i prezzi dei bar e dei ristoranti abbordabili… Ma forse è solo un sogno…

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C'è da dire che a questa prima proiezione stampa di oggi c'era una strana atmosfera, come se il mondo del cinema si ritrovasse a scoprire un luogo inesplorato. E da questo punto di vista l'Auditorium sembra ancora un oggetto ben confezionato, pulito e perfettamente concepito, con gli spazi e le luci giuste, gli odori, persino… Fra pochi giorni le masse di spettatori probabilmente renderanno tutto questo un piacevole ricordo, o forse no, certo è che oggi risultava lampante negli occhi di molti addetti a i lavori questo sentirsi così "fuoriluogo", cosa che non capita negli assai più inospitali e angusti spazi di Venezia.


Fuoriluogo è il giusto termine per riallacciarci alla prima delle visioni romane, questo FUR: an immaginary Portrait of Diane Arbus, diretto da Steven Shainberg (da noi si era visto il suo Secretary che, se non ricordiamo male, passò a Torino anni fa), con Nicole Kidman e un "pelosissimo" Robert Downey jr. Il film, tratto dall'unica biografia esistente della fotografa americana, quello scritto da Patricia Bosworth, non è un classico biopic, ma esplicitamente sin dalle prime didascalie avverte gli spettatori che trattasi di opera di fantasia, in cui gli eventi sono liberamente ricostruiti.


Siamo nel 1958 e Diane Arbus vive ancora con il marito e le due figlie, conduce una normale vita di casalinga che si occupa della casa, dei figli e dà anche una mano allo studio del marito. Ma nasconde una strana inquietudine che il marito capta ma non riesce a leggere. E la incoraggia a trovarsi dei suoi spazi, dei suoi momenti di realizzazione personale. Diane respinge questa ipotesi ma una sera i suoi occhi s'incrociano con quelli di Lionel, un uomo dal volto coperto da una maschera, che suscita in lei una grande curiosità. Una notte, irresistibilmente attratta da quell'essere misterioso, Diane bussa alla porta di Lionel che, aprendole l'uscio, la rende partecipe di un "altro mondo"…

E' tutto un universo di personaggi bizzarri, di incredibili freaks, quello che ruota attorno a Lionel, con Diane che resta completamente catturata da questa "maledizione della diversità" fino a farne una vera e propria ossessione personale, che la porterà a perdere completamente il controllo della sua vita privata, fino al divorzio (ma qui siamo nella biografica reale) che avverrà l'anno successivo. Shainberg cerca di raccontare quel filo sottile che separa la tranquilla e agiata vita di una persona e di una famiglia normale, da quella di un uomo colpito da un particolarissimo morbo che gli rende impossibile girare tranquillamente per le strade. Nello stesso palazzo dove viviamo i nostri vicini possono essere dei meravigliosi mostri, sembra voler raccontare, non lesinando grande simpatia per il personaggio di Lionel e cercando di rappresentare la diversità con un'apertura mentale moderna. Ma forse sta proprio qui il limite di questo film, che nel suo cercare di essere visivamente e politicamente corretto non riesce realmente a scardinare quelle trappole visive, quelle prigioni mentali che invece Diane Arbus sfondava con la potenza del suo sguardo. Le fotografie della Arbus non erano piacevoli, non raccontavano il mondo dolce dell'uguaglianza fra diversi, ma mettevano a nudo le mostruosità con una spietatezza di sguardo da sfiorare, a sua volta, la mostruosità. L'attrazione/repulsione per gli umani/disumani traspare come un incubo infinito nei suoi ritratti e, a parte la citazione kybrickiana delle due gemelle di Shining, forse il vero cantore di questa ossessione della Arbus ci appare David Lynch, che sin da Elephant Man, non ha mai smesso di raccontarci (come del resto faceva Tod Browning) la terribile "normalità" dei freaks. Shainberg invece raccoglie la sua attenzione tutta sul volto della Kidman, creando degli squilibri tra oggettiva e soggettiva che rendono il film, in alcuni momenti, delirante a livello visivo. Soggettive di tubi di scarico, di citofoni, ogni oggetto appare degno di attenzione maniacale di Diane, e gli oggetti sembrano, a loro volta, guardarla. Se portata fino in fondo poteva essere una strada, folle, ma coerente, ma Shainberg ad ogni inquadratura sembra dimenticare la precedente, come se fossero dei quadri a sé. Neanche Diane Arbus, che pure usava lo scatto fotografico e non lo scorrere della pellicola del cinema, lo faceva. E ogni suo outsider raccontava, con gli altri, l'angoscia della diversità. Ma si può raccontare di uno sguardo in presenza di una totale mancanza di sguardo? Forse ci voleva Susan Seidelman, e un suo Desperately Seeking Diane…

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