Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di Morto, di Riccardo Milani

Il sequel delle avventure della coatta Monica e del milanese Giovanni è balneare nello sfondo ma non nella sostanza: i suoi protagonisti infatti sono immersi nel salottiero dibattito centro/periferia

Dicotomico non è sempre comico o forse, per metterla giù come se fosse una delle regole non scritte del cinema, non basta l’attrazione tra opposti per far ridere lo spettatore. Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di Morto, di Riccardo Milani mostra invece di non credere a questo assunto e a distanza di quattro anni replica con decisione la formula che ne decretò il successo d’incassi nel 2018 spingendo ancora di più sulla contrapposizione tra estremi. Così, oltre a quelle già sviscerate nel capostipite uomo/donna, povero/ricco, Roma/Milano (e ancor più specificatamente, per usare una terminologia usata dalla maggioranza dei parlanti, coatta de borgata/milanese imbruttito) ecco qui che il binomio centro/periferia, diade principe del dibattito accademico degli ultimi decenni e già anticipata nel finale del primo film, diventa il vero motore di questo seguito. A distanza di tre anni dagli episodi del primo film Giovanni (Antonio Albanese) è legato alla giovane e rampante Camilla (Sarah Felberbaum) mentre lavorativamente è impegnato in un progetto di recupero di uno spazio in periferia. Monica (Paola Cortellesi) invece deve scontare una pena detentiva per un furto commosso dalle sue sorellastre con un lavoro nella parrocchia di San Basilio guidata da Don Davide (Luca Argentero), aitante e generoso parroco. Ancora una volta per Riccardo Milani la commedia ha il compito di collegare realtà e personaggi lontani sia per il potenziale comico derivante dalla difficoltà di questo dialogo, sia per la voglia di provare a tracciare attraverso lo sberleffo forme non canoniche e non istituzionali di congiungimento. Come si diceva, gli opposti per il regista non rimangono muti su pianeta distanti ma sono spinti dal magnetismo cinematografico all’incontro e allo scambio partecipe. Infatti anche in questa seconda sortita la truzza Monica e il precisetti Giovanni, dopo una blanda opposizione loro e dei rispettivi ambienti, si ritrovano inspiegabilmente avvinti dal sentimento e desiderano comunicare alle loro rispettive famiglie l’inizio di questa improbabile relazione. Ma, mutatis mutandis, la stessa tensione armonica è evidente in tutto il film, oltre che essere esplicata programmaticamente nel discorso del pre-finale dal “pensatore” interpretato da Giovanni Albanese. La politicizzazione della sceneggiatura – che in alcuni punti converge fin troppo chiaramente con il programma di un tipico esponente progressista di centro-sinistra (la riutilizzazione dell’alieno centro culturale come mensa per i poveri, la glorificazione di Don Davide che, come l’elemosiniere del Papa allo Spin Time Labs di Roma nel 2019, toglie i sigilli dell’Acea e riattacca la luce agli abusivi di San Basilio) – diluisce difatti la sua vis umoristica. Se le tensioni tra i mondi agli antipodi sono tenue, circoscrivibili all’apparato iconografico (le caricate acconciature e gli appariscenti vestiti di Monica, Sergio e delle gemelle) e mai davvero impattanti il sorriso resta confinato sulle labbra.

Qualche piccolo sprazzo sulla fisicità sexy del parroco interpretato da Luca Argentero e le paure popolane verso le suore rimangono rade escursioni di scorrettezza in un settore argomentativo che le web series, ad esempio, riescono a sferzare con molta più incisività. In questo secondo episodio il portato metaforico di Monica e Giovanni, di quello che la loro storia vorrebbe rappresentare in un’Italia da secoli divisa nella vera, suppurante cesura tra alto e basso, ne schiaccia paradossalmente le potenzialità d’interazione. Sono proprio i due fuoriclasse Albanese e Cortellesi ad apparire nella prima parte quasi trattenuti, imbrigliati da una scrittura troppo concentrata sullo storytelling e sulle singole gag, fautori sì di una sintonia freddamente funzionale ma sottotono rispetto ad una che al secondo episodio avrebbe bisogno di qualche novità e che soprattutto ha ancora tanto da voler dire, come lascia intuire il finale aperto. Ma ancor più sintomatica di questa virata verso il discorso demagogico è la riduzione della presenza scenica di Alessio e Agnese, i due ragazzini innamorati che davano il via allo scontro tra famiglie di Come un gatto in tangenziale. Come se una volta appianato il contrasto emotivo, i giovani – nel corso del film si scoprirà che convivono a Londra all’insaputa dei genitori – a Milani non servissero più fino alla scena di chiusura in cui, senza voler fare spoiler, tornano ad essere pedine tramiche per un altro esplosivo scontro. Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di Morto manifesta quindi la robustezza di un prodotto adulto sicuramente ben scritto e ben recitato ma già tarato verso una medietà da botteghino, in cui la fortunata formula di successo perde la freschezza originaria a favore di una reiterazione più socialmente ambiziosa – la cultura come veicolo di emancipazione personale ed amministrativa con cui si “può mangiare” – ma forse più meccanica. In un cinema italiano che in maniera forse facile ma ancora incisiva continua a prendere in giro la rivalità provincialista tra le due capitali del Belpaese, quella istituzionale e quella economica, ad apparire invece disallineate dai tempi sono i luoghi comuni sulle bellezze di Roma e le bruttezze di Milano. Il tour in monopattino della Città Eterna – che ha almeno il merito di sdoganare su grande schermo il prezioso veicolo elettrico tanto vituperato sui social! – tocca luoghi da cartolina come l’interno della fontana di Trevi, le “viscere” di Castel Sant’Angelo e gli Acquedotti che alimentano le tante fontane cittadine. A Milano tocca invece venire liquidata con le solite freddure da repertorio sulla sua informe grandezza, dimenticando colpevolmente le innovazioni urbanistiche che l’hanno vista protagonista in questi anni. Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di Morto manifesta stranamente in questo caso una strana ed ostinata ripulsa verso le differenze. Bastogi può riscattarsi e il Quadrilatero della moda no?

 

Regia: Riccardo Milani
Interpreti: Paola Cortellesi, Antonio Albanese, Sonia Bergamasco, Claudio Amendola, Luca Argentero, Sarah Felberbaum, Alice Maselli
Distribuzione: Vision Distribution
Durata: 109′
Origine: Italia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.75 (4 voti)
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