Da Miquela agli ABBA-tar: le nuove frontiere musicali nel Metaverso

L’esibizione virtuale del gruppo svedese è solo un ulteriore step alla scoperta delle potenzialità del Metaverso, ma le popstar in forma di ologramma sono qui da oltre dieci anni…

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È ormai fuori discussione che tra tutte le possibili applicazioni, in ambito musicale il Metaverso stia mostrando le proprie maggiori potenzialità. E di recente la frontiera della digitalizzazione ha fatto un ulteriore passo in avanti. Il 27 maggio infatti, al Queen Elizabeth Olympic Park di Londra, si è tenuto l’ultimo concerto degli ABBA, dopo 40 anni dallo scioglimento. L’ABBA Voyage, questo il nome dell’evento che anticipa l’uscita di un album omonimo previsto per il 5 novembre, ha avuto luogo in un’arena da 3000 posti costruita appositamente per ospitare il concerto. L’eccezionalità consiste nel fatto che i quattro componenti non erano fisicamente sul palco, ma si sono esibiti attraverso degli avatar, ribattezzati per l’occasione ABBA-tar, messi a punto con l’aiuto dell’Industrial Light&Magic (ILM) di George Lucas, alla sua prima incursione nella musica, attraverso la tecnica della motion capture. Una combinazione di digitale e reale grazie alla quale gli ABBA sembravano esibirsi davvero fisicamente sul palco, con l’aspetto che avevano nel 1978. Uno spettacolo che ha richiesto un enorme dispiego di capitali e tecnologie e che apre a ulteriori e imprevedibili possibilità la fruizione della musica nella realtà virtuale.

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Solo due anni fa Travis Scott si esibiva su Fortnite in quello che al tempo è stato definito un concerto epocale. Dopo di lui, anche Justin Bieber, Ariana Grande, The Weeknd e DeadMau5. E al momento la NASA è al lavoro per portare il concetto su un altro livello, con i primi test sulla Stazione Spaziale Internazionale. Insomma, il mondo intero sembra interessato ad esplorare le molteplici applicazioni e possibilità che offre il Metaverso. La maggior parte dei concerti virtuali al momento è ancora in forma ibrida a causa del fatto che i server che li ospitano non sono ancora in grado di sostenere il carico di dati che comporterebbe una totale digitalizzazione. Ma al di là dei limiti tecnici, i concerti nella realtà virtuale sembrano offrire grandi possibilità. Da una parte l’altissimo livello di personalizzazione garantisce agli spettatori spettacoli pensati e realizzati in base ai propri gusti e alle proprie esigenze, oltre alla possibilità di connettersi e interagire con gli artisti, i quali possono a loro volta sperimentare con effetti speciali e ambientazioni difficilmente realizzabili in uno spettacolo dal vivo. Dall’altra parte, si apre la questione etica circa il riportare sul palco artisti scomparsi attraverso le loro rappresentazioni olografiche, come quella di Tupac al Coachella 2012 insieme a Snoop Dogg e Dr. Dre. Se a questo quadro aggiungiamo poi il potere degli NFT, non solo in termini di merchandising, ma soprattutto rispetto a diritti d’autore e copyright, c’è chi è sicuro che nel giro di qualche anno il mondo della musica sarà completamente trasformato.

E a chi avanza preoccupazioni circa il fatto che gli artisti in carne ed ossa possano essere sostituiti dagli ologrammi, si può rispondere che è già successo. In Giappone infatti, nel 2007 è nata Hatsune Miku, la prima popstar interamente computerizzata. L’aspetto è stato ideato con un software di grafica, mentre la voce è stata creata dal nulla grazie a uno speciale sintetizzatore della Yahama chiamato Vocaloid. Miku si esibisce “dal vivo” sotto forma di ologramma 3D e conta su migliaia di fan che riempiono le date dei suoi concerti. Addirittura, nel 2014, era lei ad aprire i live del tour americano di Lady Gaga e la sua presenza era prevista al Coachella 2020, prima che venisse annullato a causa della crisi sanitaria. Sull’onda del successo di Hatsune Miku, nel 2016 invece è nata Miquela Sousa, popstar, modella e influencer, anch’essa interamente artificiale, lanciata inizialmente attraverso un profilo Instagram. In pochissimo tempo la fictional influencer è arrivata ad avere 2,4 milioni di followers, sponsorizzando marche di abbigliamento, rilasciando interviste e “comparendo” sui social con celebrità quali Millie Bobby Brown e Shane Dawson, idoli dei giovanissimi.

Il confine tra reale e virtuale in definitiva è sempre più sottile, se non quasi del tutto scomparso, portando ad un livello successivo il concetto di immersività e interazione digitale con un’entità di fatto inesistente, creata ad hoc per ottenere visibilità e reactions sui social, con tutto ciò che questo comporta in termini di guadagni. Infatti, sebbene il successo delle popstar virtuali non sia paragonabile a quello dei corrispettivi reali, è innegabile che queste figure svolgano un ruolo importante nel mercato musicale, generando milioni di introiti tra concerti, pubblicità, merchandising e monetizzazione dei video. Oltre al fatto che, pur trattandosi di figure digitali, questi artisti danno da lavorare a un esercito di professionisti del settore come disegnatori, studi di animazione, musicisti, compositori, promotori e manager. Al di là delle riflessioni sulle possibilità che offre lo spazio digitale del Metaverso e oltre le questioni etiche, è sempre prima di tutto una questione economica indissolubilmente legata ad una società capitalistica, realtà in cui siamo immersi da ben prima di quella virtuale.

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