DOCUSFERA #1 – Incontro con Francesco Clerici e Filippo Ticozzi

All’interno della rassegna Docusfera di Sentieri Selvaggi una domenica dedicata a Il gesto delle mani, Still Lifes e Dissipatio, seguite da un incontro con i registi. Ecco come è andata

Dopo l’incontro con Eleonora Mastropietro, prosegue il progetto DOCUSFERA, promosso dalla redazione di Sentieri Selvaggi e realizzato con il contributo e il patrocinio della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo – Ministero della Cultura e della regione Lazio, e deputato alla diffusione del cinema documentaristico italiano, con l’intervento di due interessanti cineasti, Francesco Clerici e Filippo Ticozzi, i quali offrono acute delucidazioni riguardo i loro metodi di lavoro. L’incontro inizia con la visione de Il gesto delle mani, film che indaga in profondità il lavoro di un artigiano milanese all’interno di una fonderia locale, stagliandolo in una cornice audiovisiva ipnotica e atemporale. In relazione a questo aspetto puramente estetico, lo stesso Clerici ha voluto soffermarsi in apertura dell’incontro: “il desiderio che ha mosso la realizzazione del film è stato proprio quello di dar vita ad un microcosmo spazio-temporale chiuso, che consentisse all’opera di riprendere filoni di cinema dimenticati, come quello industriale tipico dell’archivio di Ivrea. Inoltre, per far sì che l’arte di Nino potesse catturare l’interesse degli spettatori, nella messa in scena della fatturazione del bronzo ho voluto adottare uno stile estetico ipnotico, finalizzato al coinvolgimento degli stessi non sul piano esclusivamente narrativo, ma su quello emotivo”.

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Il film, che racconta una storia presente, ma allo stesso tempo oggi passata (i protagonisti sono andati tutti in pensione, con la fonderia che è stata già sostituita da altre tipologie di attività) assume uno statuto ontologico ambiguo, da reperto storico, con immagini che presentano elementi di un passato recente emerso, improvvisamente, nella contemporaneità. In merito a tale ambivalenza iconica, il regista ha sostenuto che “dal momento che la fonderia non esiste più, essa è divenuta immediatamente un reperto storico, la testimonianza, in una bolla contemporanea, del passato”. Questo scorrere del tempo, in realtà, viene già preso in considerazione dal regista in fase di realizzazione dei suoi lavori, dal momento che “tutte le immagini sono già pensate per diventare archivio, in una ibridazione iconica dei formati divenuta ormai necessaria. Se in tempi ormai passati, un film presentante uno sguardo puro poteva godere di spazi di visione privilegiati, come quello di un festival, oggi la realtà è cambiata, motivo per cui la contaminazione di generi e formati si rende, adesso, inderogabile”. É importante, perciò, “realizzare prodotti dal formato ibrido, in modo tale che possano essere ospitati organicamente in spazi differenti. Da questo punto di vista, lo stile grezzo del film, che io considero un valore estetico aggiunto, è deputato non solo alla contaminazione iconica, ma anche alla veicolazione del tema cardine del film: ovvero la messa in scena della Technè, del gesto, quale mezzo ultimo di riflessione sull’uomo e sulla sua tecnica”.

Analogamente a Il gesto delle mani, anche Still Lifes di Ticozzi pone in essere un’indagine sull’uomo, ma da una prospettiva leggermente differente, come sottolineato dallo stesso regista in apertura del suo intervento: “Still Lifes, che in modus operandi simile a quello seguito da Francesco (Clerici) è stato realizzato in completa solitudine, è assolutamente focalizzato sul rapporto tra l’uomo e l’inanimato, tematica esplorata attraverso la messa in scena di sequenze di bondage, il cui aspetto primario non è rappresentato dal sesso, ma dalla condizione di immobilità a cui si sottopone l’essere umano”. Ragionando, inoltre, sullo stile grezzo del film, a cui aveva già accennato Clerici nel corso dell’incontro, Ticozzi sostiene che “con la tecnologia digitale si può, certamente, sperimentare sul linguaggio, anche se il pubblico odierno non ha più né la voglia, né il tempo di guardare opere di nicchia come le nostre, sia perché si percepisce l’assenza di un’educazione all’immagine, dal momento che essa ha smesso di avere quel potere esercitato fino a vent’anni fa, sia perché ormai di immagini ne si vedono troppe”. Nonostante questo, Ticozzi crede ancora nel valore che emerge da questo tipo di immagini: “il cinema documentario mi permette di adottare un lungo sguardo (come avviene in Dissipatio); mi permette di vedere e di cercare costantemente delle cose nuove, originali, che la fiction non mi consentirebbe di indagare. Il cinema, in questo modo, si nutre del mondo, e lo fa diventare un fantasma. Nel caso di Dissipatio, ad esempio, dove la mia presenza frammentata è catturata dalla macchina da presa, esso mi ha rivelato degli aspetti della mia personalità di cui non ero precedentemente a conoscenza”. A tal proposito, il cineasta ha offerto alcune delucidazioni riguardo al modo in cui un film documentario, una volta montato, può presentare degli esiti estetici sorprendenti, aggiungendo che “Quando Dissipatio è giunto in fase di post-produzione, mi sono reso conto di vederlo con occhi diversi, cogliendo allo stesso tempo aspetti completamente nuovi. Ad esempio, la frase finale di Sbarbaro – non vorrei essere più niente tranne che un albero – io non l’ho inserita per la presenza casuale di un albero alla fine, ma semplicemente perché mi piaceva. In questo modo, per il mio film, ho scoperto significati prima impensati“.

In coda, Ticozzi conclude l’intervento presentando, nei seguenti termini, il suo successivo progetto: “il prossimo film è sulla contemplazione, se essa ad oggi è ancora possibile, e precisamente sul male della contemplazione, quella noia, quel fatto di non poter andare oltre un certo livello di visione”.

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