FILM IN TV – Ludwig, di Luchino Visconti

Ludwig, Visconti, 1972

Testimonia la sua tensione verso la purezza della bellezza, ma anche la duplice opposizione tra arte e vita, tra estetica e politica, un film sull'utopia dell'arte come forma suprema di governo, dell'estetica come disciplina della politica. Visconti riempie le scenografie di broccati, specchi, damaschi, pizzi e altre ricercatezze per restituire armonia visiva e percettiva con una sapiente composizione e saturazione delle immagini e con l'uso pastoso dei colori. Sabato 14 marzo, ore 17.05, Sky Cinema Classics

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Ludwig, dai dialoghi del film

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Ludwig, 1972Nel 1972 l'uscita di Ludwig completa la finale trilogia tedesca del regista milanese, cominciata nel 1969 con La caduta degli dei e proseguita con Morte Venezia nel 1971.

Visconti era attratto dal titanismo senza futuro di cui è permeata la cultura classica tedesca che si rivela attraverso un espressionismo delle forme da sempre congeniale ad un regista che ha caratterizzato con il suo segno inconfondibile e la sua estetica della visione il cinema italiano a cavallo tra i 50 e i 70. La cultura di Visconti, così intensamente legata ad una concezione alta del melodramma, trovava nella esasperazione di questo approccio alla narrazione il modo migliore per esprimere l'inconciliabilità tra arte e vita, tra estetica e politica. Ludwig rappresenta, nella colossale fluvialità narrativa (da escludere una visione della versione breve, definita da Lino Miccichè versione carosello), il punto più alto della poetica viscontiana e quindi di quella duplice opposizione, di quella insanabile frattura che segnerà, con l'avvento di una incombente modernità, la fine di un'epoca e la caduta di ogni possibile utopia artistica. È proprio questa utopia dell'arte, come forma suprema di governo, dell'estetica come disciplina della politica, a letteralmente consumare nella visione di Visconti la vita di Ludovico II di Baviera.

Un Helmut Berger all'apice di una sua indiscutibile bellezza, romantica, quanto romantica era la bellezza di Tadzio nell'afosaLudwig Venezia di Mann, impersona la tragedia di un uomo che immagina il governo di una nazione soltanto attraverso l'emancipazione culturale, la ricerca della bellezza e il mecenatismo come unica possibile forma di espressione del potere. Quel potere politico che sia il protagonista, sia la sua più concreta cugina, l'imperatrice Elisabetta, vero amore segreto del sovrano, sembrano, sia pure per ragioni differenti, rifiutare. I panni di Elisabetta d'Austria, ancora una volta, sono indossati da Romy Schneider, qui all'apice di una bellezza che avrebbe conservato fino alla morte prematura, ma il suo personaggio possiede una gamma di sfumature che nulla ha a che vedere con la frivola, ma famosa, trilogia.

Ludwig rappresenta quindi, la corruzione estrema di un eroe romantico dentro l'ineluttabile tramonto di un'epoca. Visconti, che ha sempre amato queste stridenti opposizioni e la sua stessa vita è sembrata essere una opposizione continua alla propria natura e alla propria nascita, ha profuso nel film ogni possibile sforzo affinché l'espressionismo connaturato alla propria arte ne facesse risultare un'opera sempre drammaticamente tesa ad esasperare i toni di questi molteplici contrasti, della progressiva follia del re sempre più lontano da ogni realtà che sembra, con il tempo, non appartenergli più. A Ludwig sembra mancare il terreno sotto i piedi e quando anche il mitico Wagner (qui un po' meschino e profittatore) svela la vera natura, al re non resta che consolare la propria follia nei tristi castelli abitati soltanto dai suoi fidati servi e occasionali amanti.

Ludwig, Berger e SchneiderIl film è girato sui luoghi dei fatti tra Bad Ischl, residenza di villeggiatura dei reali tedeschi e i numerosi castelli solitari che Ludwig fece costruire per celebrare una gloria artistica ad imitazione del mecenatismo del passato. Luoghi nei quali molto era stato ricostruito, dalla grotta azzurra di Capri ai laghi artificiali, per restituire una ulteriore bellezza, ma posticcia, al paesaggio. Visconti con questi scenari ha realizzato un film progressivamente cupo in cui il crescente spegnersi dei colori, fino alla sequenza finale, affogata in un nero piovoso e drammatico, è una caratteristica tutta propria e di chiara finalità espressiva. In verità tutto il film brilla per una ricerca quasi ossessiva della riaffermazione di un'estetica conforme ai gusti dell'epoca e che nel contempo diventi forma espressiva universale. L'occhio di Visconti, sempre attento ad una composizione delle immagini e alla loro saturazione visiva, mai scomposta o perfettibile, ma priva di qualsiasi statica rigidità, sempre ricercato nell'uso pastoso dei colori, in questo film, come già meravigliosamente nel precedente Gattopardo, ha riempito di riferimenti l'inquadratura in un'operazione di tensione estetica che sembra non avere termine. Broccati, specchi, damaschi, pizzi, ricercatezze per restituire armonia visiva e percettiva. Un lavoro che si apprezza per l'assenza di qualsiasi eccesso, misurato eppure così ricco. Forme che non ridondano mai, così connaturate e armonizzate dentro una storia che è il paradigma di un'arte irraggiungibile. Visconti aggiunge e non toglie: aggiunge, ad esempio, in piena aderenza al periodo, una visione pittorica dei paesaggi mutuando da quelle dei tantissimi e sconosciuti paesaggisti tedeschi e austriaci dell'epoca e così le sue inquadrature riprendono quelle tensioni, quello sturm und drang che appartiene geneticamente alla cultura sassone e del quale Visconti, nel cinema, si è fatto massimo interprete in Italia.

In questo grande scenario della mitteleuropa del secondo ottocento Visconti trova ogni possibile incastro per lavorare su Ludwig_1quella cultura che sente affine alla sua sensibilità. Attratto irresistibilmente, soprattutto nella parte finale della sua carriera, da quell'eterno dissidio tra ricerca della bellezza e compiutezza della vita dentro lo sgretolamento progressivo dei valori tradizionali, Visconti si rifugia nel chiuso di un appartamento ovvero dentro i grandi romanzi che raccontavano il mutamento epocale dei valori. Il suo decadentismo, che trova adeguato scenario in quella fin de siècle segnata dalla ferrea politica imposta da Bismark, volta a riunificare la Germania, va letto necessariamente in questa chiave e la vicenda del sensibile e irrisolto Ludwig costituisce controcanto perfetto all'avanzare inesorabile dei valori borghesi del 900 e canto del cigno malinconico di un'epoca che si conclude. Ludwig con la sua ambiziosa narrazione prese il posto del grande adattamento della Recherche proustiana che, pur con differenti motivi, resta affine e contiguo alla sensibilità che si sviluppa nella storia del re bavarese. È quindi sufficientemente completo un quadro che vede l'autore pienamente avviluppato da una ricerca estetica inesauribile, che sembra avere superato il limite di una auspicabile “raffinatezza” per giungere ad un altro invalicabile limite che sembra essere quello di una sorta di estasi contemplativa di una bellezza sempre sfuggente che per queste ragioni si ripete e si implementa film dopo film, scenario dopo scenario.

 

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Regia: Luchino Visconti

Interpreti: Helmut Berger, Romy Schneider, Trevor Howard, Silvana Mangano, Umberto Orsini.

Origine: Italia, Francia, Germania, 1972

Durata: 237'

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