FOCUS DESPLECHIN. Filmografia d'autore

comment je me suis disputé... (ma vie sexuelle)Nove film in quasi venticinque anni. Una filmografia coerente quella di Arnaud Desplechin, nato a Roubaix nel 1960, per certi versi smisurata per ambizione e talento. Dal primissimo, invisibile, Le vie des morts, ai meravigliosi Comment je me suis disputè… (ma vie sexuelle) ed Esther Kahn, fino all'ultimo Jimmy P. tutte le opere di una filmografia d'autore esemplare, realizzata da uno dei grandi cineasti del nostro tempo.

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La vie des morts (id., 1991). In una cittadina di provincia si riunisce una famiglia dopo il tentativo di suicidio di uno dei suoi membri. Desplechin riflette già su alcune tematiche che gli saranno chiare come le idiosincrasie nei rapporti umani, l'affresco generazionale e l'incombenza della morte come segno premonitore di un'umanità immersa nel caos. (c.v.)

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La Sentinelle (id., 1992). Primo lungometraggio firmato da Desplechin che arriva subito al Festival di Cannes e  attrae l'attenzione degli addetti ai lavori con alcune nomination ai premi César. Un thriller psicologico e filosofico carico di enigmi e ambiguità. Una spystory inconsueta, quasi pirandelliana. Mathias decide di studiare medicina in Francia. Durante un viaggio intreno dalla Germania alla Francia viene prima insultato da uno sconosciuto senza alcun motivo apparente, poi trova una testa mozzata nel suo bagaglio. Comincia quindi a indagare sul mistero. (c.v.)

Comment je me suis disputè… (ma vie sexuelle) (id., 1996). Il terzo film di Desplechin è semplicemente uno dei migliori film francesi degli anni novanta, quasi tre ore di cinema liberissimo, molto colto, con continui spostamenti di campo tra immagine, parola e testo. Ora Truffaut ora Rohmer, voci fuori campo, ellissi temporali, flashback, destini sentimentali incrociati tra giovani generazioni di intellettuali. La coppia di protagonisti Matthieu Amalric ed Emmanuelle Devos fa scintille, preparando il terreno per i capolavori successivi che realizzeranno con il regista francese. Forse di questo girotondo tra intellettuali, amici, conflitti tra arte, vita e bugie se ne ricorderà, due anni dopo, Olivier Assayas nel suo capolavoro Fin aout debut septembre, con il quale il film di Desplechin non ha in comune soltanto Amalric, ma anche la coprotagonista Jeanne Balibar e il direttore della fotografia Eric Gautier. (c.v.)

esther kahnEsther Kahn (id., 2000). Primo film in costume e in lingua inglese per Desplechin. In concorso al Festival di Cannes, un racconto di formazione al femminile, aspro e illuminante, che in un colpo solo mette insieme David Lean, Rossellini, Leone, la nouvelle vague tutta. Nella storia della giovane ebrea Esther, che rinuncia alla sua vita lavorativa nei sobborghi londinesi per abbracciare l'arte della recitazione si cela una potentissima riflessione sulla messa in scena e sulle molteplici possibilità del cinema di mettere insieme il linguaggio visivo con quello della scrittura. Nella grigia fuliggine della Londra industriale di fine ottocento, nelle penombre caravaggesche di interni d'epoca mai così asfissianti e reali c'è però soprattutto molto della Ellis Island di James Gray (The Immigrant). (c.v.)

I segreti degli uomini (En jouant "Dans la compagnie des hommes", 2003). Forse il film meno riconosciuto e più difficile del regista francese. Quasi un proseguimento teorico delle riflessioni messe in circolo dal precedente Esther Kahn con Desplechin che prova a mettere in gioco metacinematograficamente la trasposizione dell'opera teatrale di Edward Bond, in due versioni differenti, una per la televisione e l'altra per la sala cinematografica. Una storia di tradimenti, doppi giochi, caduta, rinascita e ancora caduta nell'ambiente dell'alta finanza, con echi shakespeariani, sociali ed edipici. Desplechin sperimenta materiali differenti, concentrandosi spesso sul backstage della lavorazione che allo stesso tempo diventa testo da applicare al modello lettarario di partenza. (c.v.)

I re e la regina (Rois et reine, 2004). Un film strabordante, rumoroso, assurdo, vivo e secco come un pugno nello stomaco. Gli uomini e le donne di Desplechin popolano mondi differenti in unico spazio vitale. Come re e regine, accoppiati dal destino o dal calcolo, coesistono a forza cercando entrambi di dominare e di trovare egoisticamente la propria serenità. La loro è una lotta per la sopravvivenza che non ha nulla di cinico o di animalesco, ma è semplicemente l'unico modo che conoscono, che conosciamo, di stare al mondo. In concorso a Venezia 61. (r.m.)

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L'Aimée (id., 2007). Lo spunto dal quale, il breve e denso film di Desplechin parte è quello del trasloco dei genitori dello stesso autore dalla casa che hanno abitato per molti anni. La lunga chiacchierata che il regista filma con suo padre, costituisce la materia del film, durante il quale si assiste alla rievocazione dell’infanzia del genitore del regista, a quella storia attraverso le due madri che egli ha avuto, la prima morta giovane di tubercolosi, quando lui aveva solo 18 mesi e della seconda moglie del nonno di Desplechin che, dopo la scomparsa della prima moglie, si è risposato. Ciò che affascina in questa carrellata di ricordi, oggetti, fotografie, piccoli aneddoti è la capacità di fare diventare familiare, una materia così estranea, come la vita normale di una normale famiglia. Vincitore a Orizzonti a Venezia 64. (t.d.p.)

Racconto di Natale (Un conte de Noel, 2008). Non è melodramma sentimentale, è un racconto corale in cui ancora una volta la commedia si fa dramma e il tormento dei sentimenti fa da cornice a personaggi sempre più in balia delle proprie insicurezze, delle proprie debolezze. Meraviglioso, a tratti, ritratto sconnesso e deforme, come un quadro di Picasso, come un’illusoria finestra aperta su un mondo di cadute tridimensionali, collocate nello spazio degli affetti, del sangue infetto che non lega più. Pazzesco il cast con Amalric, Devos, Deneuve, Poupaud, Chiara Mastroianni. In concorso a Cannes 61 e vergognosamente dimenticato dal palmares. (l.l.)

Jimmy P. (id., 2014). La memoria, il sogno, il teatro, lo spettacolo. Ispirato a una storia vera e tratto dal lavoro dell’antropologo, etnólogo e psicanalista Georges Devereux Psychothérapie d’un Indien des planes, il cineasta realizza un viaggio nel tempo dove le visioni non emergono solo nei flashback ma anche nei confronti verbali tra i due protagonisti. Un film che può apparire inizialmente più trattenuto, ma poi si entra progressivamente nel cinema di Desplechin dove ogni parola acquista piena fisicità, diventa arma di un confronto emotivo più che dialettico. E nei confronti dai due protagonisti il film arriva nelle zone insospettabili di Frost/Nixon di Ron Howard. (s.e.)