Godzilla, di Gareth Edwards

Dopo l’accidentato tentativo del 1998 per mano del buon Roland Emmerich, Hollywood è finalmente riuscita a trattare Godzilla con tutto il rispetto e l’attenzione che una divinità merita.  Affidare la creatura della Toho, poi, all’enfant prodige Gareth Edwards (autore del piccolo gioiello Monsters) si è rivelata una scelta vincente, consentendo cosi alla produzione di dare alla luce una pellicola affascinante, degna erede del grande cinema commerciale degli anni novanta. Lo spirito di Spielberg (che riecheggia anche dallo score “alla John Williams” di Alexandre Desplat) è stato evocato più volte da molti, scomodando anche impegnativi paragoni con Jurassic Park e Lo squalo.  E’ decisamente probabile che l’Edwards cineasta si sia formato sulla filmografia della Amblin, vista anche la coerenza con cui il regista inglese fonde la fantascienza immaginifica degli effetti speciali con la cruciale costruzione, nella storia, di un solido impianto emotivo. Il discorso di Edwards, però, va oltre il furbo omaggio autoriale.
Con Godzilla l’inglese sembra tirare le fila di una lunga ed eccitata discussione (forse svoltasi nella sua mente) che, partita da Spielberg e la sua concezione di Spettacolo, passa attraverso il cupo realismo di Christopher Nolan e arriva al taglio documentaristico di pellicole come L’uomo d’acciaio e World War Z.  Nella sua opera, infatti, il regista decide di raccontare l’ascesa dal Pacifico dell’ancestrale Gojira puntando quasi sulla cronaca tele-giornalistica, senza rinnegare mai i propri doveri d’intrattenitore. Il film si muove, dunque, su questo confine, alternando i magnifici combattimenti tra kaiju (non inferiori a Pacific Rim) e riferimenti, neanche troppo velati, alle tragedie collettive come l’11 settembre o lo tsunami thailandese. Una commistione in cui è difficile distinguere tra il disaster movie e il reportage.  Edwards, inoltre, si prende anche gli spazi per metter in mostra il proprio talento visivo (sarà citata per molto tempo, a ragione, la scena del lancio dei paracadutisti sulle note di Gyorgy Ligeti), divertendosi ad abbassare la cinepresa all’altezza dei suoi protagonisti umani. Scegliendo quest’ottica microscopica ed eleggendo il tormentato Aaron Taylor Johnson, working class hero in cerca della sua famiglia, come testimone oculare involontario di tutti gli avvenimenti dell’Avvento di Godzilla, Edwards fa un ulteriore, definitiva, dichiarazione.
Trasformare un action movie pantagruelico, per quasi tutta la sua durata, in una pellicola di dettagli e di ombre, è la sua rivoluzionaria ammissione di “debolezza”, la dimostrazione di quanto, alle volte, sia impossibile contenere l’infinitamente grande (un personaggio, una storia) nell’infinitesimamente piccolo (di una cinepresa). Il programma estetico-narrativo di Edwards, però, non deve far passare in secondo piano, la dedizione con cui il regista e i suoi autori (Max Borenstein e Dave Callaham) raccontano questo Mito.
La fedeltà alle origini con cui Godzilla viene “traslato” a San Francisco e la cura con cui lentamente fa la sua apparizione in scena, sono due dei strumenti usati per trasformarlo da minaccia al vero eroe del film. E’ per questo motivo che sono comprensibili la decisione di usare una trama intelligentemente lineari, alcuni dialoghi didascalici e limitare molte interpretazioni allo stretto necessario. Il protagonista è uno ed è monumentale. Ecco perché condividiamo lo sbigottimento e la paura (reverenziale) anche di attori come Bryan Cranston, Ken Watanabe o David Strathairn.  Il loro stupore è il nostro. Il re dei mostri è tornato.

Titolo originale: id.
Interpreti: Elizabeth Olsen, Aaron Taylor-Johnson, Bryan Cranston, Juliette Binoche, Sally Hawkins, Ken Watanabe, David Strathairn
Origine: Usa, 2014

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Distribuzione: Warner Bros
Durata: 123'

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