"Il matrimonio che vorrei", di David Frankel

tommy lee jones e meryl streep in il matrimonio che vorrei

Il cinema di Frankel sembra sempre più concentrato nell'esame di un'aridità sentimentale letale e contagiosa.Una contemporaneità in cui la crisi riguarda innanzitutto la capacità delle persone di costruire e mantenere i rapporti. E quello che appare un semplice discorso intimo, diventa un ragionamento sui cuori stretti nel gioco economico del nostro tempo

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il matrimonio che vorreiC'è davvero una regola che assicuri la tenuta di un amore? Come si pratica, come si tengono insieme i pezzi di un rapporto, quei brandelli di sentimenti che emergono dal buio indistinto della quotidianità, dal fuoricampo francamente irraccontabile delle stanche abitudini, delle ripetitività, delle mancanze di desiderio, dei silenzi imbarazzati, duri come la pietra, delle solitudini egoistiche, dei rifiuti. Le storie pretendono che accada qualcosa, che si affronti un viaggio. Per questo le storie d'amore si fermano sempre sull'abisso del dopo, fissate in un'atterrita domanda: e adesso cosa accade? Nulla, probabilmente. Poche istantanee di gioia, alcune di dolore intenso, lacerante. E per il resto? Uno come Haneke, ad esempio, uno che ha paura delle persone (e del cinema), non potrebbe che pensare alla consunzione, alla lenta agonia delle cose. Disperatamente. I rapporti si consumano. Frankel, invece, e la sceneggiatrice Vanessa Taylor voglio raccontare un rapporto non consumato (in tutti i sensi verrebbe da dire). Quello tra Arnold e Kay: trent'anni di matrimonio più o meno felice. In ogni caso tremendamente normale, entrato in un vortice di routine e frustrazione.

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Il cinema di Frankel sembra sempre più concentrato nell'esame di un'aridità sentimentale letale e contagiosa. Una contemporaneità in cui la crisi riguarda innanzitutto la capacità delle persone di costruire e mantenere i rapporti. Da Il diavolo veste Prada a The Big Year, passando per Io & Marley. C'è sempre un conflitto tra chi riesce a inventare una strategia degli affetti e dei desideri e chi, invece, resta inchiodato alla sua incapacità di concedersi. E se questo può apparire un semplice discorso personale, si svela a poco a poco a poco un ragionamento sulla sostanza labile delle relazioni in un tempo in cui anche i sentimenti rientrano in un gioco economico (non è un caso che Arnold, nella sua tirchieria, riconduca sempre tutto a una questione di soldi).

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È vero. Il cinema di Frankel è sempre più trasparente, impalpabile. Ma, forse, quello che ne dà la dimensione esatta è l'insistita aritmia, che mina continuamente i tempi, congiurando contro la velocità genetica della commedia. Ed è proprio questa dinamica rallentata e a singhiozzo ad apparire come il punto critico decisivo.

tommy lee jones e meryl streep in il matrimonio che vorreiIl matrimonio che vorrei è un film minimo, quasi esclusivamente di interni, tutto concentrato sui due incredibili interpreti, sui tentennamenti di Meryl Streep e gli imbarazzi rabbiosi di uno straordinario Tommy Lee Jones. Ma è centrale il terzo elemento, uno Steve Carell sottoposto a un trattamento col bromuro, volutamente tenuto a freno dalla naturale vocazione demenziale, dagli istinti eversivi. E il suo monotono, compassato dottor Feld appare così, in un certo senso, il barometro che detta i tempi a tutto il film. Le gag, in fondo, dovrebbero corrispondere agli esercizi che il dottore assegna ai due coniugi. Ma il loro svolgimento francamente comico si apre continuamente su quei baratri che mettono a dura prova il rapporto. La commedia è immediatamente spuntata, perché non riesce a trovare dall'altra parte un termine di riferimento. Commedia sentimentale? Ma è proprio l'assuefazione al declino del sentimento il nodo centrale. Eppure, c'è nel fondo di ognuno il segreto di uno slancio che permetta di oltrepassare ogni porta chiusa, rinnovare la promessa. Anche dopo i furori di una grande annata, insiste Frankel è possibile immaginare una primavera di speranza.

Possiamo scommetterci. Arnold e Kay, tra dieci anni, non saranno i due vecchi di Amour. Continueranno caparbiamente a lottare contro la stanchezza, la solitudine. Con i loro tempi, i loro ritmi. Che sono quelli di un cinema che sa ancora aggrapparsi ai volti per ritrovare le ragioni di una resistenza sentimentale.


Titolo originale: Hope Springs

Regia: David Frankel

Interpreti: Meryl Streep, Tommy Lee Jone, Steve Carell, Jean Smart, Ben Rappaport

Distribuzione: BIM

Durata: 100'

Origine: USA, 2012

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