Invelle, di Simone Massi

L’esordio al lungometraggio di uno dei maggiori esperti di animazione stop motion in Italia è molto riuscito visivamente ma penalizza una narrazione che appare sfilacciata. Alice nella Città.

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Invelle, il niente, è un non luogo dove il tempo è un fiume in piena pronto a portarsi via tutto. Il lungometraggio d’animazione, presentato nella sezione Orizzonti di Venezia80 e ora alla 18° Festa del Cinema di Roma, imbocca queste rapide con il timone sapiente di Simone Massi, che ha scritto, diretto e animato a mano tutta l’ora e mezza del film. Un esordio al lungometraggio che giunge dopo una carriera costellata di premi come il Nastro d’Argento al Miglior Cortometraggio (con il caso unico nella storia di una doppia vittoria, ex aequo, di A guerra finita e In quanto a noi) e il Premio Flaiano (per le sue animazioni in La strada dei Samouni di Stefano Savona). Chi ha frequentato la Mostra del Cinema di Venezia tra il 2012 e il 2016 può giocare a ricordarsi le sigle animate realizzate proprio da Massi. L’approccio di Massi a Invelle è proprio quello che ci si potrebbe aspettare da un tale esperto dell’animazione stop-motion.

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Con perizia artigianale e un tratto minimale e vibrante (a tratti anche troppo, con l’instabilità dell’immagine che, paradossalmente, si avvicina a quella delle AI text-to-image) compone un quadro dopo l’altro. In questo fluire, la narrazione si sfalda in diverse sponde in cui ripararsi per un momento dalla corrente. Il luogo dove Simone Massi si immerge nella campagna umbra. L’origine di tutto è Zelinda, che nel 1918 rimane orfana e deve da un momento all’altro cavarsela da sola. La narrazione si muove a scatti in un flusso d’immagini che si muove in maniera disinvolta nella genealogia familiare, tracciando quindi un percorso nel tempo. Vediamo la figlia Assunta negli anni ’40 costretta dalla guerra a delle rinunce simili a quelle della madre. Vediamo negli anni ’70 Icaro, il più giovane della famiglia, che grazie ai sacrifici delle generazioni precedenti vede aprirsi davanti a sé un ventaglio di possibilità.

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Con Invelle si ha la sensazione di navigare in un mare di schegge e da spettatore, forse, si sopravvaluta sempre un po’ troppo il proprio scafandro. Veniamo così ipnotizzati da storie raccontate a voce e un’estetica capace di evocarle davanti allo spettatore, di trascinarlo, avvolgerlo e abbandonarlo in un momento (grazia anche a un cast vocale che può vantare Lo Cascio, Servillo, Marcoré e Timi). Queste scelte portano Invelle verso una visione fortemente esperienziale, penalizzando una narrazione che rischia di sfilacciarsi. Come d’altronde sono, frammentari, i racconti di un nonno che si perde nei ricordi mentre si inventa una riparazione impossibile. È questa la leggerezza che il film cerca e in parte raggiunge, quella di un discorso a cuore aperto, che si sviluppa con naturalezza, come un fiume si riversa nel mare.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2
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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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