IT – Capitolo 2, di Andy Muschietti

I losers di Derry non possono rifiutarsi di tornare nella loro città per combattere la creatura che credevano di aver ucciso ventisette anni prima. Andy Muschietti non può più affrontare l’adattamento di It di Stephen King rifugiandosi soltanto in formule già viste e premiate dal pubblico. La scelta di spostare avanti di trenta anni l’ambientazione del primo capitolo aveva una buona ragione da rivendicare. La rievocazione del contesto storico e culturale degli eighties era chiaramente ispirata al cinema horror di quel decennio. Tuttavia, questa rielaborazione non era una novità e non aveva come unico oggetto di studio la precedente versione televisiva di Tommy Lee Wallace.

Stranger Things ha iniziato questo processo di recupero visivo e tematico e i suoi risultati sono troppo accattivanti per essere ignorati. Del resto, la celebrata serie dei Duffer Brothers è a sua volta un prodotto derivato dall’immaginario kinghiano. It cambiava lo scenario del romanzo e lo trasportava dallo spazio del ricordo dell’autore a quello del ricordo del lettore. Il film perseguiva questa decisione in modo efficace ma non risolveva il dubbio che fosse una soluzione di comodo. Un diversivo di successo con cui Andy Muschietti aveva sviato il problema principale.

Chapter Two funziona anche come horror moderno? La scena iniziale del brutale pestaggio alla coppia di omosessuali suggerirebbe che la realtà trumpiana è già abbastanza terrificante. Tuttavia, la risposta è implicita nel lavoro di sceneggiatura che riabilita la narrazione a flashback del romanzo. Il tempo del film non è solo il presente ma ritorna al passato ogni volta che si trova in difficoltà. Una scelta che alimenta il sospetto che non possa fare a meno degli ammiccamenti alla memoria emotiva del pubblico. Perché scegliere inizialmente di raccontare la vicenda in due capitoli/decenni distinti e poi riprendere la struttura originale del racconto di Stephen King? I losers che girano in bicicletta per le strade della città e che condividono riviste e passatempi della loro epoca funzionano troppo bene.

Quindi, il ripensamento non è un tardivo atto di fedeltà alle caratteristiche sovrapposizioni dello scrittore. I frequenti salti all’indietro dei personaggi nascono dalla mancanza di fiducia nella forma contemporanea dell’horror. La parte adulta del libro era piena di trappole e alla sceneggiatura di Gary Dauberman non manca il coraggio di risolverle. Il ritorno a Derry e la natura non rappresentabile della sua creatura mostruosa scavallano nei territori del fantasy. Lo sconfinamento non poteva essere gestito dal teleplay del 1990 che aveva tagliato tutta la parte relativa alla mistica del Chud Ritual. I potenti mezzi della Warner e trenta anni di tecnologia cinematografica hanno avvicinato la visione di Stephen King ma hanno mancato la sua spiritualità. 

Lo scrittore è rimasto felicemente colpito dal film al punto da convincersi a partecipare alle riprese con un divertente cameo. Tuttavia, la perfetta resa grafica di entità astratte come le deadlights e il riscatto della forma finale del mostro sono un piacere superficiale. L’inadeguatezza dell’aracnide gigante in stop-motion del 1990 viene finalmente superata e dimenticata ma il feticismo della CGI non giustifica quasi tre ore di durata. La Warner ha preso atto del mancato decollo di Justice League e ha rinunciato a contrastare la Disney sul mercato del superhero-movies. Tuttavia, il budget di Chapter Two è un indizio inequivocabile della sua intenzione di trasformare la saga di Stephen King in un’epica. Andy Muschietti ha dichiarato che la presenza millenaria della creatura sul nostro pianeta aprirebbe le porte a molti altri sequel.

Nessuno si stupirebbe se le disgrazie cicliche che ha arrecato ai cittadini di Derry e agli abitanti indiani dei Barrens diventassero come gli spin-off di The Conjuring. Tuttavia, resta da capire se un horror regga un simile lavoro di sfruttamento e se davvero la sua metamorfosi in kolossal sia un giovamento. Infatti, il film conserva una doppia anima che la sua scena migliore riassume in modo esemplare. Jessica Chastain torna nella casa in cui è vissuta ed è stata molestata dal padre e trova una simpatica anziana che la invita ad entrare. Tutta la scena è dominata dall’aria pesante dei segreti dell’appartamento e dalla presenza scenica di Joan Gregson. È quasi un peccato che la tensione tra l’elemento rassicurante della vecchia e la presenza della minaccia debba esaurirsi in un tripudio di effetti speciali e di jumpscares.

Questo conflitto si compie ogni volta che i personaggi si trovano davanti alla loro scena primaria con It. Purtroppo, la strada facile dell’effetto digitale irrompe sempre con prepotenza nel sottile ed affascinante equilibrio del turbamento adolescenziale. Bill Skarsgård è strepitoso anche senza l’abuso del morphing digitale a cui viene sottoposto. La scena in cui attrae una bambina sotto gli spalti di uno stadio rivaleggia con quella della celebrata barchetta nel condotto fognario. Così, il film è anche un modo per confrontare continuamente l’età dell’oro dell’horror con quella attuale. I personaggi devono viaggiare a ritroso nelle loro paure e nei loro sensi di colpa per recuperare l’innocenza. Chapter Two ritrova una forma pura e rudimentale del terrore con mezzi semplici come lo spaesamento freudiano del perturbante. Andy Muschietti deve tenere a bada le troppe correnti in cui si agita il suo film per riuscire a conservare questi attimi e a farli crescere.

 

Titolo originale: It: Chapter Two


Regia: Andy Muschietti


Interpreti: Jessica Chastain, James McAvoy, Bill Hader, Jay Ryan, Isaiah Mustafa, James Ransone, Bill Skarsgård, Teach Grant, Joan Gregson


Origine: USA, 2019
Distribuzione: Warner Bros.

Durata: 119’

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