La casa di carta, di Álex Pina

La creatura seriale giunta da poco su Netflix alla quarta stagione sembra in grado di intrappolare gli spettatori in una sorta di sindrome di Stoccolma dello streaming. Ecco con quali elementi

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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Resistenza. Questa è la parola d’ordine de La casa di carta (La casa de papel), la serie tv ideata da Álex Pina, sbarcata su Netflix, e arrivata alla sua quarta stagione lo scorso 3 aprile, ma che già si classifica come la più vista al mondo. Un fenomeno di massa, quasi un movimento rivoluzionario segnato da un’iconografia riconoscibile e altamente attraente. La resistenza in questa serie ha un colore, un inno e un volto ben precisi. Il rosso domina la scena, facendosi fuoco, sangue e divisa d’ordinanza dei protagonisti, che salta agli occhi su una scenografia quasi monocromatica, asettica e impeccabile, come gli interni della Zecca di stato spagnola in cui sono ambientate le prime due stagioni. Il rosso è il caos nell’ordine, la ribellione, la sfida alle banche e al sistema capitalista che opprime gli ultimi, impersonati dai componenti della banda, tutti ai margini, schiacciati dalla vita e costretti ad abbracciare il crimine per risollevarsi.
Il volto del caos è la maschera di Salvador Dalì, simbolo di un artista surrealista, che plasma il mondo e il tempo sulla forma della sua immaginazione, proprio come fa la banda capitanata dal Professore, che osa immaginare e realizzare quello che nessuno aveva neanche osato sognare prima. Motivo per cui questo gruppo di surreali rapinatori entra subito nelle simpatie della gente, nella fiction così come nella realtà, e la maschera si moltiplica sui volti degli ostaggi prima e dei sostenitori dopo, rendendo tutti Dalì, tutti soldati della resistenza, ma soprattutto tutti uguali, indistinguibili nella battaglia. L’inno di questa battaglia contro il sistema capitalista è l’arcinoto Bella Ciao, simbolo della lotta partigiana deliberatamente acquisito dalla serie, al punto da diventarne la colonna sonora nelle scene chiave, come canto liberatorio di speranza, di cambiamento, ma soprattutto di lotta collettiva contro un nemico comune. Perché l’assalto alla Zecca di stato non è soltanto la rapina più grande mai architettata, né un’immensa un’iniezione di contanti nelle tasche di un gruppo di reietti, ma una dichiarazione di guerra. Quello a cui mira il Professore, che muove le fila di tutta l’operazione, è colpire il sistema dritto al cuore con un piano a cui mai nessuno aveva pensato prima, barricandosi nella Zecca per stampare migliaia di milioni di euro e scappare col bottino, senza rubare neanche un centesimo a nessuno né versare una goccia di sangue. Questa è la condizione per entrare nella storia come eroi e non come criminali, per avere l’opinione pubblica dalla propria parte e mettere in discussione il concetto stesso di giustizia, persino per gli ufficiali di polizia che gestiscono il caso.

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Perché il punto di forza di questa serie è proprio il continuo capovolgimento degli equilibri e la messa in discussione delle certezze, nella narrazione come nello sviluppo dei personaggi, che sorprendono con comportamenti sempre in contrasto con il ritratto di se stessi costruito fino a quel momento. Eppure, a uno sguardo più attento, ogni azione ha una precisa motivazione radicata nella loro storia passata, che si svela gradualmente in una serie infinita di flash-back. La serie inizia infatti con una rapida presentazione dei personaggi, abbozzata con pochi tratti caratteristici, alla vigilia della rapina, per poi farli conoscere in modo più approfondito nelle puntate successive. Inizialmente i protagonisti non sono neanche definiti con il loro nome proprio, ma con quello di una città, che diventerà il loro “nome da battaglia”, l’identità che avranno cucita addosso per tutta la serie. Dal principio alla fine saranno Tokyo, Rio, Mosca, Denver, Nairobi, Helsinki e Oslo, Berlino, nomi impersonali, che celano persino il loro genere di appartenenza, così come la tuta rossa e la maschera che indossano ma, sebbene questa possa sembrare una scelta semplicistica, aiuta a imprimere nella memoria tutti i membri della banda in poche battute. Complice anche il fatto che le città che li identificano, sempre andando per estrema semplificazione, in qualche modo sono sovrapponibili con i loro tratti fisici e caratteriali.
Tokyo, la voce narrante, è l’impulsiva del gruppo, ma anche quella con l’ascendente più forte sulla componente maschile della banda, in particolare su Rio, il più giovane, poco avvezzo alle rapine ma genio indiscusso dell’informatica. Mosca, il più anziano, è un ex minatore abilissimo con ogni arnese industriale, mentre suo figlio Denver, invischiato nel traffico di droga, è il re delle risse da discoteca, una bomba a orologeria pronta ad esplodere. Helsinki e Oslo sono i soldati, il braccio armato, mentre Nairobi è una falsificatrice professionista, ma anche il cuore pulsante del gruppo. Berlino, a capo dell’operazione, è un narcisista con tratti psicopatici, completamente

privo di empatia, mentre il Professore è la mente dell’operazione, in grado di calcolare mosse e contromosse della polizia e ogni possibile imprevisto, ma completamente inadeguato nei rapporti interpersonali. A questi personaggi nel corso delle stagioni se ne aggiungeranno molti altri, tra alleati e nemici della banda, che diventeranno protagonisti a tutti gli effetti andandosi ad aggiungere alla formazione originale, come l’ispettrice Raquel Murillo e gli ostaggi Arturo Roman e Monica Gaztambite, anche in questo caso con modalità del tutto inaspettate.

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Costruzione e decostruzione di archetipi, questa è la formula vincente de La casa di carta, che punta tutto su pochi, semplici elementi riconoscibili, e sa creare empatia verso tutti i personaggi, anche se nessuno di loro è un eroe. Al contrario è una serie di antieroi “letteralmente” mascherati da eroi, di criminali, costruiti però con tale accuratezza da risultare seducenti verso il grande pubblico. Complice anche il grandissimo spazio dedicato alle relazioni amorose e amicali che nascono nel corso delle stagioni, e che alleggeriscono la tensione del colpo in atto catalizzando tutta l’attenzione sull’aspetto intimo dei personaggi, distogliendo lo sguardo da ciò che effettivamente stanno facendo e dal senso politico delle loro azioni.
Questo aspetto fa della serie un prodotto indubbiamente pop, ma ben calibrato nella scrittura e travolgente nella messa in scena, tanto che gli episodi si susseguono gli uni agli altri senza lasciare respiro, in un ritmo vorticoso che mostra le 4 stagioni legate in un continuum di eventi che ad oggi non sono ancora conclusi.
E gli spettatori, intrappolati come gli ostaggi della banda in una ben consapevole “sindrome di Stoccolma”, sono legati a doppio filo a quanto accade sullo schermo, in uno stato di costante tribolazione per il destino incerto dei personaggi con cui hanno empatizzato, sempre sotto assedio, braccati dalla polizia e sempre a un passo dalla morte. Intanto, mentre si attende l’inizio delle riprese della 5 stagione, sono ancora tutti col fiato sospeso, pronti a lasciarsi rapire ancora una volta da questa banda di folli criminali, che non temono di mostrare il loro volto più umano sotto la maschera di soldati della resistenza.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.5 (18 voti)
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