La programmazione di Fuori Orario dal 9 al 15 giugno

Omaggi a Bruno Dumont e Franco Maresco. E poi Aki Kaurismäki, John Ford e Orson Welles. Da stanotte.

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Domenica 9 giugno dalle 3.50 alle 6.00

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Fuori Orario cose (mai) viste

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di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Luciani Turigliatto

presenta

L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA

(Toivon tuolla puolen, Finlandia, 2017, col., dur., 96’, v. o. sott., it.)

Regia: Aki Kaurismäki

Con: Shrwan Haji, Sakari Kuosmanen,

Due storie che si incrociano in una cittadina finlandese. Quella di Khaled, un rifugiato siriano che arriva di nascosto in una nave che porta carbone e chiede asilo senza successo. E quella di Wikström, un venditore all’ingrosso di camicie che, dopo una giocata a poker, decide di cambiare vita, lasciare la moglie, e aprire un ristorante. Wikström incontra Khaled, ora clandestino, che dorme dietro il locale. Gli offre cibo, alloggio e un lavoro. E decide di sfruttare il suo aspetto di straniero per convertire il locale in ristorante etnico.

Dedicato alla memoria del grande critico e programmatore Peter van Bagh, con un cameo della sua attrice di culto Kati Outinen, il film ha vinto l’Orso d’Argento per la migliore regia al Festival di Berlino.

“I personaggi di Kaurismäki non hanno mai davvero una casa. (…)  Kaurismäki sta sempre su questi margini di esclusione, storie di rifiuti, di residui, racconti di diaspore e esili. Che sono sempre, innanzitutto, individuali e poi, solo poi, per il tramite di un destino comune, collettivi. Ma se l’esilio è una costante, il fatto che in L’altro volto della speranza, come già in Miracolo a Le Havre, si parli di immigrati clandestini, di fughe dalla guerra, di confini blindati, è una naturale conseguenza. Tra Khaled, Wikström e gli improbabili dipendenti della Pinta d’Oro, il miserabile ristorante rilevato dal vecchio rappresentante di camicie, non c’è reale differenza. In fondo, Kaurismäki immagina la comunione o solidarietà come un’evoluzione naturale della solitudine. E col cinema costruisce ipotesi di resistenza e di altre famiglie, a cominciare dai volti che lo attraversano nel corso degli anni”. (Aldo Spiniello).

 

Venerdì 14 giugno dalle 1.30 alle  6.00

AL DI QUA DEL BENE E DEL MALE. OMAGGIO A BRUNO DUMONT

a cura di Roberto Turigliatto 

L’omaggio a Bruno Dumont è realizzato in occasione dell’uscita in Italia del nuovo film del regista, L’Impero, premio della giuria all’ultimo Festival di Berlino, e in collaborazione con il Bellaria Film Festival, dove Dumont ha tenuto la lezione di cinema che presentiamo  nella notte. 

COINCOIN ET LES Z’INHUMAINS Episodio 1

(Id, Francia, 2001, col., durata 49’’ , v.o. sott., it.)

Regia: Bruno Dumont

Con: Alane Delhaye (Coincoin), Bernard Pruvost (Van der Weyden), Lucy Caron (Eve Terrier), Philippe Jore (Carpentier), Philippe Peuvion (il padre di Coincoin), Cindy Louguet (la signora Campin)

Tutte e quattro le puntate della serie saranno disponibili su Raiplay nella striscia di Fuori Orario.

Dumont prolunga le avventure di Quinquin in quella che lui stesso ha definito “seconda stagione” di P’tit Quinquin (già trasmesso da Fuori Orario) inoltrandosi nei territori più estremi della commedia e del burlesque e accentuandone il non sense e l’assurdo, che in Dumont non sono mai disgiunti dal tragico,

Quinquin è ormai adulto e si fa chiamare Coincoin. Frequenta la Côte D’Opale e partecipa alle riunioni del Partito Nazionalista con il suo amico d’infanzia Fatso. Il suo vecchio amore, Eve, lo ha abbandonato per Corinne. Quando viene rinvenuto uno strano magma vischioso e ributtante nei pressi della città, gli abitanti iniziano improvvisamente a comportarsi in modo molto strano. I nostri due eroi della Gendarmeria Nazionale, il capitano Van Der Weyden e il suo fedele assistente Carpentier, indagano su questi avvenimenti apparentemente inspiegabili. L’invasione “inumana” degli extraterrestri è iniziata.

In L’Empire siamo di nuovo nella Cόte d’Opale. Dietro l’apparenza della banale vita quotidiana di un villaggio di pescatori si nasconde l’epica vita parallela dei cavalieri di due Regni interplanetari, le forze extraterrestri del Bene e del Male, in guerra segreta per il dominio sulla Terra  I due gendarmi burleschi di Quinquin e Coincoin, Van der Wejden e Carpentier  ricompaiono in scena per la terza volta: cosa sta succedendo nel villaggio?

«P’tit Quinquin mi aveva permesso di fare quello che fino a quel momento non avevo osato fare al cinema, una commedia. Cioè per me qualcosa di sperimentale, in cui mi sono lanciato senza sapere dove stavo andando. Ma poi mi sono reso conto che non avrei avuto bisogno di abbandonare l’universo dei miei film precedenti. Bastava approfondirlo e sovvertirlo. Era il modo più semplice per sfuggire al naturalismo, e in un certo modo, di affrontare la tematica dell’altro. (…) La cultura non mi interessa molto, perché non serve a niente se non si comprende la natura. L’uomo è una bestia. Non invento niente, è Sofocle. È la riflessione sul male, la base di tutto ciò che si vede» (Bruno Dumont, da “Libération”, 14 settembre 2018)

«Il comico è per me una scoperta piuttosto recente. Penso che, se si lavora sul drammatico e lo si approfondisce, alle radici del drammatico c’è il comico. Il comico è il drammatico che cade, ma rimanendo comunque drammatico. Richiede di prendere un rischio: si parla di suspence, e perché si abbia la sospensione (come si vede con Laurel e Hardy in Liberty) è necessaria una meccanica – una meccanica che ci disegna così come siamo. Penso che il comico sia molto filosofico: dice cose molto profonde in modo molto facile. Non credo che si debba essere complicati o difficili; non amo il cinema oscuro, penso che si debba capire; e il comico è un buon modo d’esplorare le cose” (dal catalogo del Festival di Locarno, 2018)

BELLARIA FILM FESTIVAL – LEZIONE DI CINEMA DI BRUNO DUMONT

Prima parte, prima visione tv, durata: 40’ circa

9 maggio 2024, a cura di Daniela Persico. Nel corso del Bellaria Film Festival, dove L’Empire è stata presentato in anteprima italiana, Bruno Dumont ha tenuto un incontro col pubblico  in cui ha parlato della sua concezione del cinema e dei suoi metodi di lavoro. Dumont si sofferma sul rapporto tra comico e tragico nei suoi film, sul  lavoro con gli attori professionisti e non professionisti, sulla  messa in scena come rischio permanente e paradossale. Infine il cinema appare in Dumont come strumento non naturalistico per indagare il rapporto tra fisica e metafisica. Il tema del sacro e della verità si è imposto fin dal suo primo film, La vie de Jésus 

JEANNETTE

(Jeannette: L’enfance de Jeanne d’Arc, Francia, 2017, col., dur., 107’, v.o. sott., it.)

Regia: Bruno Dumont

Con: Lise Leplat Prudhomme, Jeanne Voisin, Lucile Gauthier, Victoria Lefevbre

Dumont racconta l’inquieta infanzia di Giovanna d’Arco ispirandosi al libro di Charles Péguy, Mystère de la charité de Jeanne d’Arc (1910), ma aggiornandolo al presente, creando un musical pop-rock-metal, con le composizioni di Igorr e le coreografie di Philippe Decouflé. Il regista francese affronta una delle figure principali della mitologia francese, nonché un mito cinematografico amato da molti autori: da Méliès e DeMille, da Dreyer e Rossellini, passando per Bresson, fino a Rivette, ma Dumont si sofferma sulla fase iniziale della sua vocazione. In una natura immutabile e bucolica siamo chiamati ad immaginare l’anno 1425 con Jeannette che è ancora una semplice pastorella. Già all’età di 8 anni sente sulle sue fragili spalle il peso della dominazione degli inglesi in terra di Francia: siamo nel pieno della Guerra dei cent’anni. E osa rivolgere la parola direttamente a Dio per chiedergli di dare ai suoi connazionali il coraggio della resistenza e un condottiero capace di liberarli. Ma quel condottiero sarà proprio lei, per investitura dell’arcangelo Michele e delle sante Margherita d’Antiochia e Caterina d’Alessandria.

“Giovanna è la figura principale della mitologia francese, perché nessuna donna ha mai amato così tanto la Francia e la Francia non è mai stata così tanto amata. Tutti i francesi – realisti, populisti, nazionalisti, socialisti, agnostici, devoti – trovano in lei ciò che stanno cercando, perché riunisce la totalità degli ideali e delle sensibilità francesi, racchiudendo in un’unica persona tutta questa diversità e contraddizione. (…) I miti, per definizione sono atemporali, contengono qualcosa di permanente. Giovanna d’Arco è un mito e come tale andava rivitalizzato. Il mio modo di renderlo contemporaneo è stato il musical, trovo che la musica elettronica sia un equivalente dell’estasi spirituale. Non volevo fare un film intellettuale, didattico, ma volendo parlare della grazia e della conversione, la musica poteva aiutarmi. Giovanna è una donna illuminata e così volevo mostrarla. (…) Il film parla di come si diventa Giovanna d’Arco. C’è una bambina normale ma non del tutto, qui il profano si mescola al sacro perché il sacro nasce dal profano. Filmi qualcosa di ordinario e improvvisamente diventa straordinario. È la storia del cinema, specie di quello italiano, di Pasolini o Rossellini, che filmavano la vita di tutti i giorni e mostravano come fosse intrisa del sacro”. (Bruno Dumont)

BELLARIA FILM FESTIVAL – LEZIONE DI CINEMA DI BRUNO DUMONT

Seconda parte,  prima visione tv, durata: 40’ circa

9 maggio 2024, a cura di Daniela Persico. Nel corso del Bellaria Film Festival, dove L’Empire è stata presentato in anteprima italiana, Bruno Dumont ha tenuto un incontro col pubblico  in cui ha parlato della sua concezione del cinema e dei suoi metodi di lavoro. Dumont si sofferma sul rapporto tra comico e tragico nei suoi film, sul  lavoro con gli attori professionisti e non professionisti, sulla  messa in scena come rischio permanente e paradossale. Infine il cinema appare in Dumont come strumento non naturalistico per indagare il rapporto tra fisica e metafisica. Il tema del sacro e della verità si è imposto fin dal suo primo film, La vie de Jésus 

 

Sabato 15 giugno dalle 2:15 alle 7:00

Fuori Orario cose (mai) viste

di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Luciani Turigliatto

presenta

NOSTALGIA DELL’ASSOLUTO. CARTA BIANCA A FRANCO MARESCO  (1)

a cura di Fulvio Baglivi

In occasione dell’omaggio che il Festival del Nuovo Cinema di Pesaro dedica all’opera di Franco Maresco, Fuori Orario affida due notti al regista di Io sono Tony Scott e La mafia non è più quella di una volta. Amico fin dalle origini della trasmissione di Rai 3 ideata da enrico ghezzi, Maresco presenta quattro film di cineasti simbolo del cinema americano del secolo scorso: John Ford, Orson Welles, Howard Hawks. Ancora una volta Maresco dichiara il suo amore per il cinema classico e la sua struggente nostalgia per un mondo che non esiste più.

FRANCO MARESCO – NOSTALGIA DELL’ASSOLUTO prima parte

(Id, Italia 2023, colore e b/n, dur. 15’c.a.)

A cura di: Fulvio Baglivi

Con: Franco Maresco

Franco Maresco presenta due “film della sua vita” di due autori fondamentali nella sua formazione e seminali per le sue opere: John Ford e Orson Welles. All’interno del proprio discorso Maresco rievoca il suo rapporto personale con il cinema classico americano ma anche quello delle sue opere, piene di omaggi e rimandi al cinema degli anni ’40-’50, richiamando i suoi incontri con testimoni d’eccezione di quel periodo come Samuel Fuller, intervistato insieme a Daniele Ciprì nel 1992 e Peter Bogdanovich, protagonista di F. (1999), cortometraggio molto raro della coppia Ciprì e Maresco.

IL MASSACRO DI FORT APACHE  

(Fort Apache, Usa 1948, b/n, dur., 122’)

Regia: John Ford

Con: Anna Lee, Henry Fonda, John Wayne, Ward Bond,

Il colonnello Thursday prende il comando di un forte in territorio Apache e si porta con sé la figlia. La sua concezione della disciplina e i pregiudizi lo mettono in conflitto con il capitano York; la sua testardaggine lo porta a uno scontro con i pellerossa di Cochise e alla sconfitta. Primo western fordiano a occuparsi della Cavalleria, con evidenti allusioni a Custer e alla disfatta di Little Big Horn.

L’ORGOGLIO DEGLI AMBERSON 

(The Magnificent Amberson, USA, 1942, b/n, dur., 87′)

Regia: Orson Welles

Con: Joseph Cotten, Dolores Costello, Anne Baxter, Tim Holt, Agnes Moorehood, Ray Collins

Il disfacimento di una ricca famiglia del Sud incapace di adeguarsi al nuovo mondo dell’industrializzazione a cavallo tra Ottocento e Novecento. A suo modo un ennesimo film incompiuto e “perduto” di Welles, dal momento che l’edizione finale del film voluta dalla RKO fu rimontata e ridotta di una quarantina di minuti e ne cambiò il finale, mentre il ventiseienne Welles era in Brasile per un altro film leggendario, mai finito, It’s All True. Welles disconobbe The Magnificent Amberson nell’unica versione sopravvissuta, ma il film tratto dal romanzo omonimo di Booth Tarkington e interpretato dall’amico Joseph Cotten, resta un capolavoro e un classico dello stile del primo Welles nell’uso del piano sequenza, del grandangolo e della profondità di campo (il direttore della fotografia è Stanley Cortez).

 

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