Lievito, di cyop&kaf

Cyop&kaf osservano in diversi luoghi la relazione tra allievi e maestri, che in un gioco di intreccio di anime svelano la natura comunitaria dell’umanità. IN TFFDoc/Italiana

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È da tempo in atto un processo con cui le città si stanno allontanano dalla dimensione umana. I marciapiedi sembrano sempre più dei canali di deflusso in cui può scolare un’umanità che deve farsi da parte, lasciare che le strade catramate delle sovrane macchine si allarghino. Dietro a interventi di rigenerazione urbana si possono nascondere infime suppliche ai nuovi regnanti, occhiolini a processi di gentrificazione di quartieri bollati come “difficili” in virtù di un’umanità non inquadrabile, viva e perciò paradossale. Un discorso che, così, ignora questioni ben più complicate, come il fatto che le persone non sono solamente l’ambiente che vivono e che, tra di loro, come direbbe José Saramago, non si sommano o si sottraggono, ma si dividono o moltiplicano.

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Dopo il pedinamento bruciante di Il segreto, lo sguardo di Lievito, scritto dallo scrittore Luca Rossomando per la regia degli street artist cyop&kaf e presentato al 39° Torino Film Festival, rimane posato sui giovani, depositari di un’umanità che ha bisogno di essere tramandata di generazione in generazione. Al centro del documentario c’è proprio la natura comunitaria dell’umano e della sua resilienza, raccontata nelle sue tracce del presente di un campo estivo, di una scuola di judo e di un laboratorio teatrale, e inseguendola nel passato del materiale d’archivio della mensa proletaria di Peppe Carini e della Casa delle Guarattelle Nunzio Zampella. Durante una gita in pineta, un allenamento o uno spettacolo di marionette non ci sono protagonisti, c’è però una dualità, un binomio, quello tra educatori e ragazzi, gli uni inseparabili dagli altri come i poli di un magnete.

cyop&kaf

La staticità di nozioni e norme, tanto cara all’assente sistema scolastico, viene messa da parte: gli autori preferiscono qualcosa di più inafferrabile, come il legame generazionale che sovverte il ruolo stesso di insegnante. “L’unica differenza tra me e uno studente è che io non smetto mai di studiare”, dice il maestro di judo a un allievo, spiegandogli come il canale che li collega non sia a senso unico. In Lievito non è, allora, l’età anagrafica a essere rivoluzionaria in maniera intrinseca, lo è invece quella condizione di continua apertura verso l’altro e verso il mutamento. Il meccanismo del gioco viene, così, riportato alla sua natura ancestrale di intreccio di anime preparatorio alla vita.

La messa in scena di cyop&kaf costruisce con Lievito uno scafandro di umanità con la quale lo spettatore può reimmergersi in questa dimensione giocosa che ha la leggerezza necessaria a fargli fare un passo indietro rispetto alla granitica immagine che può avere di sé e ad accettare il vuoto che si crea. Perché da esso, come ci insegna il folgorante discorso finale di Bruno Leone nel suo teatro delle Guarattelle, da un silenzio si può imparare qualcosa che nessun manuale sarà mai in grado di contenere in tutta la sua pienezza, ossia come tenere viva la propria arte e, forse, anche sé stessi.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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Le Arene estive di Cinema a Roma

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