Ludendo Docet, di Luca Ferri

Il nuovo film del regista bergamasco, Premio Gabbiano a Bellaria e ora presentato al Sicilia Queer, è un esperimento antropologico che rivela l’evanescenza dell’atto di filmare

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Vi sono suicidi invisibili. Si rimane in vita per pura diplomazia, si beve, si mangia, si cammina. Gli altri ci cascano sempre, ma noi sappiamo, con un riso interno, che si sbagliano, che siamo morti”. Le parole di Gesualdo Bufalino sembrano aderire perfettamente agli intenti sperimentali di Luca Ferri nel suo Ludendo Docet. Il critico cinematografico Domenico Monetti parla per circa 70 minuti di cinema e di questioni personali e nel frattempo si ciba di 2 kg di ostriche accompagnate da due bottiglie di vino. La camera è fissa su di lui mentre risponde alle domande sorteggiate da una grande urna. Per controcampo tre spettatori: uno dorme tutto il tempo e sembra fuoriuscire da Cinico Tv di Ciprì e Maresco; le altre due donne dissertano sull’opera lirica moderna e su cosa mangiare a cena. Il regista è da tutt’altra parte a giocare a carte o in vacanza in Romania.

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Non sembrano esserci mezze misure nel cinema di Luca Ferri: il discorso è programmatico e riguarda l’essenza stessa del filmare. Dal fake remake di Abacuc e passando per il minimalismo di Dulcinea si arriva all’inutilità del regista, all’evanescenza stessa del gesto del filmare. Il cinema riporta apparentemente in vita i morti ma quelli che vediamo proiettati sullo schermo sono fantasmi, simulacri del reale. Il botta e risposta che attraversa cinema, letteratura e sentimenti personali rivela un nichilismo di fondo. Abbiamo sempre a che fare con la nostra finitezza, con i nostri limiti, con la difficoltà di accoppiare al linguaggio un senso compiuto. Giorgio Manganelli e Cristina Campo sono citati appropriatamente proprio per questo lavoro di sottrazione: di ciò di cui non si può parlare meglio tacere. C’è un bel ricordo de La prima notte di quiete di Zurlini (Alain Delon e il suo mitico cappotto cammello), un ardito excursus su Monteiro, il pelo pubico e il porno glabro contemporaneo, e anche una analisi originale del pedinamento Zavattiniano come ricerca di sé nell’altro. Sono anche citati autori come i “gemelli terribili” Fabio e Mario Garriba (In punto di morte) e Augusto Tretti (La legge della tromba, Il Potere) veri e propri militi ignoti del Cinema italiano che hanno influenzato generazioni di cineasti e che sono stati dimenticati. Dall’altra parte lo spettatore medio è come uno dei pupi del teatrino delle marionette del prologo o come la spettatrice che si annoia e vuole sbronzarsi con il Brunello da Montalcino.

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Qual è la via di uscita? Che senso ha il mestiere di regista se tutto ciò che rimane è vanità di vanità? Cosa stiamo filmando veramente, la nostra paura, il nostro desiderio? L’ultimo messaggio privato al critico Domenico Monetti e il suo conseguente monologo fornisce un accenno di risposta. Ma arriva subito la parola fine. Vincitore del Premio Gabbiano al festival di Bellaria 2024, presentato alla XIV edizione del Sicilia Queer Film Fest nella sezione Nuove Visioni, Ludendo Docet è un interessante esperimento antropologico che rivela come quando tutta la realtà visibile risulta fittizia, l’atto stesso del filmare non può che confermare la propria inutilità. Si mangia, si beve, si cerca un’illusione per andare avanti ma la devastazione delle nostre esistenze è un processo irreversibile. Forse l’unica possibilità è un testimone da lasciare a qualcuno in eredità prima che il tempo scada e il sipario si chiuda. Prima di respirare a grandi zaffate la musa del nostro tempo: la precarietà. Hic manebimus non proprio ottimamente.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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