#Locarno71 – Dulcinea, di Luca Ferri

C’è un intento comune che sembra legare alcune ultime, vertiginose sortite di Luca Ferri, Una società di servizi, Ab ovo, e questo Dulcinea presentato a Locarno. L’aspetto più evidente è il progressivo allontanamento dal canone “armato” della provocazione scientifica che piega senza pietà il repertorio e l’immagine trattata fino a spremerne ogni goccia d’umano, modalità su cui Ferri ha fino a poco tempo fa costruito la sua poetica tra Abacuc, Cane caro, Colombi.
Ma guardando Una società di servizi e Ab ovo scorgevamo soprattutto infinite linee orizzontali a percorrere lo schermo, nel centro commerciale giapponese e nel deserto marocchino i corpi registravano le distanze, i confini tra gli elementi imprigionati nelle diverse dimensioni a varie altezze del quadro, che apparivano invalicabili: e poi, invece, la solita portentosa magia di un movimento trasversale, una linea obliqua improvvisa, inaspettata (una vita d’uscita?) come quella della Eva di Ab ovo che attraversa e rompe le fasce orizzontali per andare incontro alle figure recintate nei livelli sotto di lei… ecco, a dire di quanto abbiamo bisogno dello sguardo di Luca Ferri basterebbe aver fermato anche solo questo, per un attimo, la possibilità di un gesto di traverso.
E Dulcinea riparte precisamente da questo: dall’interruzione necessaria, dal mettersi di traverso per spezzare due linee parallele che proseguono senza mai toccarsi (le angolature del 16 mm…). Il consueto sabotaggio sonoro stavolta attinge dal clamoroso archivio di messaggi di segreterie telefoniche degli anni 80 e ’90, Enzo sono Lina, ed è già un’indicazione chiarissima: il tempo ghigliottinesco concesso dal meccanismo delle vecchie segreterie per poter esprimere il proprio messaggio non è fatto per ascoltare, tronca di netto il senso, induce all’errore, registra la traccia imperitura del nostro affanno, lasciandolo sospeso e replicabile nel proprio decadere.

C’è tantissimo di erotico, in questo, un erotismo quasi insostenibile nell’apparato sonoro e gestuale quotidiano di un habitat femminile qualunque, come quello dell’appartamento della dulcinea Naomi Morello, visitato da un Don Quijote ossessionato dalla maniacale pulizia degli oggetti, dei mobili, di porte e finestre di quelle stanze arredate in maniera così geometrica, tutta simmetrie, angoli, specchi e linee dritte da spezzare, appunto. Non sappiamo se l’uomo è il cleaner di una scena del delitto con tracce visibili solo al luminal, come d’altra parte lascerebbe intendere l’abitudine di raccogliere in sacchetti trasparenti alcune prove-feticcio lasciate sparse dalla donna, da custodire in una 24 ore: potrebbe anche essere l’autore stesso dell’omicidio, intento a ripulire le tracce del contatto (il personaggio, interpretato da Vincenzo Turca, ha un paio di raptus di fredda violenza contro un pomodoro che schizza il suo sangue dappertutto, e un orsacchiotto di peluche che finisce accoltellato). Ma d’altronde, la ragazza è ancora viva, fino a prova contraria.

Il contatto, ancora: non si toccano mai, Dulcinea e il suo ospite (il suo cliente?), che quasi sembra scaricare il proprio desiderio strofinando con forza rubinetti e pomelli, e forse non sono neanche da soli in casa (ti pare che non spunta Dario Bacis?). Perché unicamente resistendo alla tentazione del sentimento è possibile non interrompere la ripetizione meccanica da cui si origina il “complesso del fiasco” che porta con sé tutta questa carica sessuale, i cambi d’abito, lo smalto alle unghie, il pacchettino di dolci da addentare distrattamente. Mettere tutto in disordine, al contrario, ricorderebbe fin troppo la tentazione degli uomini di credersi dio, come i surrealisti auto-divinizzatisi e il loro amore per la potenza erotica degli oggetti messi in connessione (e delle schiene di donna inarcate come violoncelli…), e come il grande artista surrealista Enrico Cuccia.