Normal People, di Lenny Abrahamson e Hettie Macdonald

Quando un teen drama non è solo un teen drama. Evoluzione delle serie per teenager attraverso tematiche sempre più complesse, nel prodotto tratto dal romanzo della scrittrice irlandese Sally Rooney

Per quanto dei teen drama di spessore siano apparsi sporadicamente anche in passato, è stato Netflix con Thirteen Reasons Why ad avvalorare l’ipotesi che il genere dedicato alle vite degli adolescenti sarebbe stato un successo anche trattando argomentazioni più complesse senza seguire la struttura solita da telefilm, soprattutto con l’aumento del livello qualitativo e la circolazione di idee sempre diverse. Tredici ha preso in esame temi scomodi e importanti per il suo target di riferimento, parlando non solo di dolore, intorpidimento emotivo e bullismo, ma anche di violenza psicologica, sessuale e suicidio e, perlomeno la prima stagione, senza banalizzarli troppo. Sempre produzione Netflix, Sex Education ha invece volto lo sguardo all’insegnamento sessuale, evidenziando il quanto ai teenager serva qualcuno che li prenda sul serio in questo percorso e gli spieghi che le loro pulsioni sono naturali; invece Euphoria, sebbene in apparenza paia una serie che spettacolarizza il sesso e l’uso di droghe, tratta in realtà di qualcosa di più elevato: dell’isolamento di un’intera generazione. Tanti altri prodotti teen drama, molto diversi tra loro, sono riusciti a ritagliarsi il loro spazio in tutte le piattaforme streaming: dal cinismo di The End of the F***ing World, alla malattia di Atypical, Skam e i suoi remake, alla scoperta di un’identità in We are who we are di Guadagnino (che però è arrivata recentemente), e anche serie originali grazie all’espansione verso altri generi quali ad esempio il fantasy con Le terrificanti avventure di Sabrina.
Le serie per teenager si stanno evolvendo attraverso l’accettazione che i millennials vivano per primi problematiche complesse e ne sono consapevoli più degli stessi adulti. La premessa può anche sembrare surreale, ma le tematiche generalmente trattate da tante di queste serie – dall’accettazione del proprio corpo all’omosessualità, dalla violenza fisica al suicidio – vengono mostrate nel modo più realistico possibile, portando il pubblico, anche chi non rientra in quel target, a empatizzare con personaggi che non sono più bidimensionali ma anzi ricchi di sfaccettature, giovani in apparenza apatici ma costantemente in cerca di emozioni. Tutto questo, almeno, fino a Normal People.

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Due ragazzi frequentano lo stesso liceo in Irlanda: Marianne, che viene da una famiglia facoltosa ove però manca totalmente l’affetto, e Connell, che è stato cresciuto da una madre amorevole la quale lavora come domestica proprio a casa di Marianne. Le differenze però non si fermano al piano economico, ma riguardano anche la loro popolarità all’interno della scuola.
Marianne è solitaria e asociale, derisa dai suoi compagni di classe, ma anche sprezzante, non si vergogna della sua intelligenza e, al contrario che nei cliché americani, è conscia di valere molto di più rispetto all’etichetta che le è toccata; invece Connell è amato da famiglia e amici, benvoluto e popolare, dimostrandosi una persona che sopravvive adeguandosi ai suoi simili ma che è in realtà diverso all’interno: sfonda il cliché essendo molto più problematico del tipico protagonista maschile seguito al liceo.

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A primo acchito sembra una trama nota, il ragazzo popolare e la ragazza intelligente che viene emarginata, eppure Normal People spiazza facilmente nel come si distingue dagli altri teen drama: innanzitutto costruendo un ambiente liceale dettagliato ma non esitando ad abbandonarlo immediatamente avanzando verso la fase successiva, l’università, e poi quella ancora successiva, la vita; e anche parlando di amore tra due giovani senza tuttavia qualificarsi come love story. Non ci sono personaggi secondari che necessitino di approfondimento, né sono così di rilievo i vari eventi che si succedono nella storia. Non viene allestito un palcoscenico da comfort zone, in cui ogni episodio riporta al solito luogo, la solita scuola, i soliti amici. C’è solo il difficile percorso di due ragazzi che non conoscono il mondo ma che lo trovano l’uno nell’altra, rispecchiandosi, trovando così un “posto sicuro” dove rifugiarsi, in cui il proprio disagio e le proprie paure per una vita ancora da scoprire possono essere condivise; scoprono così amicizia, sentimento e passione.

I due però sono anche anime autodistruttive che, mostrando una certa tridimensionalità, sabotano continuamente loro stessi perché sempre alla ricerca di qualcosa: come Connell, spaventato dal futuro e dalla sua difficoltà ad ambientarsi in luoghi e situazioni lontani dalla provincia e dai vecchi amici, che si rifugia spesso nel passato della sua vita liceale; o come Marianne, che per fuggire dal suo passato vorrebbe vivere nel futuro. Queste diversità li porteranno a separarsi e ritrovarsi di continuo; ma se da una parte i due sono divisi dalle loro insicurezze, allo stesso modo sono uniti dal loro mal di vivere, vissuto da ciascuno in modo diverso, e che per ciascuno è sia ciò che li distingue dal mondo circostante che fonte di forte attrazione. La loro vita sessuale, qui mostrata con quel realismo imprescindibile dall’opera, diventa uno strumento, una fuga, la metafora di ciò che i due provano quando si isolano da quell’esterno che non comprendono, preferendo l’interno sicuro che hanno costruito insieme e che pertanto conoscono. Il problema del reale diventa quasi un difetto nell’accumulo esagerato di incomprensioni, in una continua mancanza di comunicazione che prima c’è e poi sparisce. Proprio per questo spesso è come se fosse un racconto di formazione ma senza formazione, dove i protagonisti non riescono a uscire da un meccanismo diventato monotono e tossico. I personaggi sono legati a ciò che li fa soffrire, con cui feticizzano le loro ferite, come nel caso di Marianne che sceglie la sottomissione poiché convinta di non meritare di più. Questo non è un racconto felice, ma un trauma, uno strappo violento, una malattia, raccontato con una elegante sobrietà.

Poca storia ma molti sentimenti; ed è da questi che si può iniziare ad analizzare il titolo dell’opera. Normal People poiché di vite normali si parla, spesso prive di avvenimenti, che procedono verso una direzione comune: un percorso fatto di scuole, cambiamenti di amicizie, delusioni familiari e relazioni ossessive. Le “persone normali” non sono tanto i due beniamini dalle personalità problematiche e sfaccettate, alienati e complessati, ma anzi potrebbero essere il loro ideale, chi aspirano di essere; un sogno, desiderio costante nato dalla loro convinzione che essere normali sarebbe la soluzione al loro disagio esistenziale. Al tempo stesso però Marianne e Connell sono persone normali, ma ancora non lo sanno: individui che sentono il bisogno di sentirsi amati, specie nel caso della prima, o che hanno bisogno di un posto sicuro dove poter essere sé stessi, come nel caso del secondo, che a causa della loro mente brillante trovano ancor più una sofferenza il senso costante di spaesamento in un mondo pieno di situazioni che non vogliono gestire.

Asocialità condivisa che si pone come una nuova forma di romanticismo. Anche se superficialmente la serie si presenta come racconto di coppia, si svolge come crescita del singolo, attraverso una formazione individuale sessuale, mentale ed emotiva. Dialoghi accennati su tematiche vitali e contemporanee, come il femminismo, la violenza; dialoghi intellettuali su opere letterarie e pittoriche; dialoghi morali. Tutti vanno a scavare nell’introspezione dei due personaggi, interpretati da Edgar-Jones e Mescal, legati tra loro da una chimica che buca lo schermo in modo intelligente.

Lontano dalla Before trilogy di Linklater per quanto riguarda l’esposizione dell’esistenzialismo e per come viene trattato, ma simultaneamente vicino per quanto riguarda i personaggi che si rincontrano nel tempo – anche se qui volontariamente accelerato – cresciuti anche e soprattutto individualmente. Ogni opera ha il suo tempo, e quello di Normal People è l’oggi, il racconto di uno spaccato sociale dalla vita di due giovani qualunque. Il parallelismo con la filmografia di Linklater lo si trova soprattutto nella rappresentazione del punto di vista e nel cambiamento caratteriale dei personaggi sempre più contemporanei: mentre nella trilogia del tramonto vige un aspetto più sognante, in Boyhood c’è una fase iniziale di cambiamento in cui iniziano a mostrarsi segni di asocialità da parte del protagonista adolescente; allo stesso modo in Che fine ha fatto Bernadette? c’è una protagonista spaventata dal mondo esterno, asociale e alienata, anche se non si tratta di un’adolescente – almeno non sulla carta d’identità. Tutte opere semplici come struttura di fondo, ma potenti in ciò che raccontano e pertanto adatte al tempo che si sta vivendo.

Contemporaneità questa mostrata anche dal gioco continuo con i punti di vista, di lui e di lei, maschile e femminile. Una prospettiva citata anche esplicitamente attraverso opere letterarie: “c’è un momento di equilibrio e attenzione nel punto di vista di entrambi”. Non a caso la regia stessa della serie, ricordando che è tratta dall’omonimo libro della scrittrice irlandese Sally Rooney qui anche collaboratrice nella sceneggiatura, è affidata a un uomo, Lenny Abrahamson, e a una donna, Hettie MacDonald, che giocano con gli sguardi, i movimenti del corpo, cercando di far trapelare l’interno all’esterno in un disegno continuo di parole e movimenti. Ed ecco perché la serie, prodotto fieramente europeo e che contrasta attivamente i cliché americani, rispetto ad altri drammi che l’hanno preceduta e che sono quasi riuscite a non banalizzare i teenager, riesce a eliminare il “quasi”. Normal people lascia alle spalle una generazione impasticcata che rinuncia ad ogni comunicazione per un teen drama dal timbro autoriale che riparte dalle ideologie senza diventare universale.

Regia: Lenny Abrahamson, Hettie Macdonal
Interpreti: Daisy Edgar-Jones, Paul Mescal
Paese: Irlanda, 2020
Durata: 22-23 m (a episodio)
Distribuzione: BBC, HULU
Distribuzione italiana: Starz Play

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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