"Qualcuno da amare" – Incontro con Abbas Kiarostami

Il 24 aprile uscirà in Italia in 50 copie Qualcuno da amare, il nuovo film del grande Abbas Kiarostami, presentato in concorso un anno fa a Cannes e via via comprato da più di venti Paesi nel mondo. Il regista iraniano parla della sua esperienza giapponese, del momento difficile del suo paese e anche del misterioso progetto pugliese che lo attende.

Come mai un film in Giappone?

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Ho fatto questo film in Giappone per tanti motivi che ho già detto in diverse interviste, ma proprio questa mattina rivedendo il film mi è venuta un’altra risposta forse più vera: il film è qualcosa di universale, va oltre i confini del Giappone, perchè quando siamo lontani dalla nostra Terra crediamo di essere differenti dagli altri, ma in realtà ci assomigliamo tantissimo in ogni parte del mondo.

 

Ha certamente, come al solito, scelto un finale aperto. Questo è anche spiazzante per certi versi…

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Il finale di questo film non è strano, ma inusuale. Quando ho pensato quella scena, subito dopo, ho sentito che era il finale del film. Ho messo un punto. Poi ho riflettuto un anno intero, rimandando le riprese forzatamente, per il terremoto giapponese. Ma alla fine è quello che ancora oggi mi sembra il finale adatto, quello che mi piace di più. In fondo noi da spettatori entriamo nella storia e ne usciamo, passiamo solo un piccolo tratto di strada con quei personaggi, ma la loro storia continua. Insomma la fine del film non è la fine della loro storia.

Ma è vero che girerà un film in Puglia, se si quando? Lei manifesta sempre un legame profondo con l'Italia, perchè?

Diaciamo che se dovessi fare ora un film in Italia lo farei sicuramente in Puglia. Ho una sceneggiatura già pronta e ho già location, addirittura forse gli interpreti. Ma in questo momento non ci sono ancora le condizioni per farlo, anche se molti aspetti del film sono già pronti. Non vorrei nemmeno elencare il gran numero di cineasti italiani della storia che amo, ne dimenticherei qualcuno e non mi piacerebbe. Il mio cinema parte direttamente dal neorealismo italiano, io ho conosciuto l’Italia attraverso il cinema, e mi sento a casa in Italia, è una sensazione che sento sempre. Tutta la mia adolescenza e la giovinezza l’ho passata da un cinema all’altro a vedere i film italiani. Oltre l’Iran per la mia generazione c’era solo l’Italia.

Come definirebbe il concetto di creatività in Iran?

La creatività è qualcosa che va al di là delle condizioni sociali di un Paese, non può essere soffocata, oggi nonostante le difficoltà indubbie del mio paese c’è comunque una vivace attività artistica, vedo giovani cineasti che si esprimono con creatività. A volte le difficili condizioni sociali paradossalmente aiutano la creatività.

Il percorso di questo film a un anno da Cannes? I giapponesi come l'hanno accolto?

Credo che circa 20 Paesi abbiano comprato il film. Per quanto riguarda il Giappone posso dire che ci sono stati reazioni abbastanza opposte: chi ha amato molto il film e chi l’ha detestato. Devo dire che in Giappone gran parte della popolazione non ama il cinema tradizionale giapponese, e ovviamente il mio film ha avuto larga influenza il cinema tradizionale di Ozu o Mizoghuchi. In Giappone in questi ultimi anni il cinema americano è stato molto imitato. E la cosa strana è che invece in USA il mio film ha avuto successo ed è stato molto amato. In Iran invece non uscito, io ho proposto di doppiare il film e presentarlo, però non è stato possibile. Ma il film in formato video credo che giri nel mercato nero.

Non vorrei entrare nei dettagli del mio personale rapporto con il mio paese, è una cosa difficile. Forse tra me e il governo del mio Paese ci sono difficoltà, ne abbiamo parlato diverse volte di queste difficoltà, il mio film non ha assolutamente nulla per essere censurato. Ma purtroppo non uscirà. Però non amo lamentarmi, il mio Paese ha difficoltà e lo so, ma non amo lamentarmi.

Come ha trovato questo straordinario interprete anziano?

Ho cercato subito un attore adatto al ruolo del professore, ho fatto molti provini, ma mi trovavo in difficoltà perché non riuscivo a trovare l’attore giusto. Ho provato con molti attori professionisti, ma non ho avuto successo perché gli anziani attori giapponesi “recitavano” troppo, non potevano avere quell’espressione naturale che desideravo. Così l’ho cercato tra le comparse e l'ho trovato. Lui faceva la comparsa da 50 anni e non aveva mai detto una parola in un film. Non lo voleva fare questo ruolo all’inizio, ma poi l’ho convinto tranquillizzandolo. Quando il film è finito ho provato profonda riconoscenza e stima nei suoi confronti, perché è stato molto professionale, e alla fine mi ha ringraziato molto ma mi ha anche confessato che è stato durissimo per lui. E che probabilmente tornerà a fare la comparsa.

Ci spiega un po' la sua fascinazione per l'abitacolo delle automobili?

Dal 2002 ho iniziato a portare la mia macchina da presa nell’abitacolo di un auto. Ma per me è un luogo simile ad altri, è una scelta personale. Per me non c’è nessuna differenza tra l‘abitacolo di una macchina e un ufficio, una camera da letto, ecc. Una volta promisi che non avrei più fatto riprese in macchina, ma poi c’è stato questo film e forse ce ne saranno altri due da ambientare nell’abitacolo di un'automobile. Del resto: mi domando dove altro potrei mettere due generazioni così lontane, farle parlare tra di loro in un modo intimo mentre non si guardano nemmeno ma creano lo stesso un legame fortissimo. Dovunque mi servirà un abitacolo di un’auto io lo riempirò.