Road House, di Doug Liman

Il regista firma il suo primo western ed è lucidissimo a ragionare sulla natura residuale del genere. Peccato che gli manchi un po’ di sana radicalità. Prime Video.

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E se fosse questo il film che Doug Liman ha inseguito per tutto questo tempo? In fondo, il suo, è stato quasi da sempre un cinema di loner, di viaggiatori, di uomini in fuga come il primo Jason Bourne, di protagonisti apolidi come il David del folle, straordinario Jumper, di eroi senza tempo (o intrappolati in esso) come Tom Cruise nel centrale Edge Of Tomorrow. Tutte entità in cerca di una casa e che ora, forse, quella casa, quello sguardo, l’hanno finalmente trovati.

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Road House è il remake dell’omonimo action anni ’80 con Patrick Swayze e Sam Elliot, prodotto dal veterano Joel Silver, che torna, tra l’altro, a distanza di quarant’anni, a supervisionare un progetto i cui ingredienti essenziali sono sostanzialmente invariati.

Elwood Dalton è un ex lottatore di arti marziali miste ormai fuori dal giro da tempo, dopo essersi imposto una sorta di autoesilio a causa di straordinari attacchi di rabbia impossibile da controllare. Durante una delle solite serate passate a combattere in luridi circuiti clandestini viene ingaggiato da Frankie per divenire capo della sicurezza del suo locale alle Florida Keys. Un tranquillo lavoro di routine si rivelerà però più complesso del previsto quando Dalton proverà a difendere il locale dalle mire di Ben Brandt, boss mafioso locale che vorrebbe prendere il controllo del Road House per agevolare i suoi traffici con l’entroterra.

Ma l’avventura di Dalton fa soprattutto da sfondo al primo vero western di Doug Liman, che finalmente si appropria di quello che pare essere il suo immaginario di riferimento. La sua è una presa interessata allo spazio residuale, straordinariamente consapevole di quanto, oggi, ogni immaginario non possa che essere di risulta. E così in Road House il western non può che ridursi ad alcuni dei suoi tratti, dei suoi exploit, il cowboy depresso e dal piglio esistenzialista, la rissa nel saloon, un po’ come accadeva con il duello nel bellissimo Pronti a morire di Raimi.

Ma lì eravamo in piena postmodernità, Liman, invece, coglie la coda di quella spinta, assiste alla museificazione di quegli spunti, di quei frammenti, di quei segni. Che è poi la linea tematica del grande cinema pop contemporaneo, del Dune di Villeneuve, del John Wick di Stahelski, contesti che Liman certamente intuisce, sfiora, ad esempio, nel modo in cui si rapporta ai set, come nella clamorosa scazzottata del secondo atto, con la rissa che scatta nel saloon, le botte in primo piano e gli avventori che forse scappano o forse no, piuttosto divengono muti testimoni dell’azione come personaggi non giocanti di un picchiaduro. Eppure qui il regista pare lucidissimo nel voler inseguire una versione degradata di quell’action, costruita a partire da una CGI mai così invadente, smaccata, che letteralmente “dopa” immagini che quasi non riescono a essere d’impatto da sole, che parla, a suon di riprese in finta action cam, il linguaggio delle immagini spurie di Youtube, che respira gli spazi della viralità (a partire da Conor McGregor, straordinario meme di sé stesso). Però manca l’affondo. Liman si trattiene dall’immergersi nell’abisso della decadenza come aveva fatto con Barry Seal. Una storia americana. Pare distratto, irretito da uno spazio comunque seducente, per quanto a pezzi.  Così asseconda forse eccessivamente uno script verboso, temporeggia nel tentativo di costruire attorno all’Elwood di Jake Gyllenhall un alone da pistolero maledetto che però l’attore non sembra mai voler indossare.

 

Titolo originale: id.
Regia: Doug Liman
Interpreti: Jake Gyllenhaal, Conor McGregor, Daniela Melchior, Jessica Williams, Lukas Gage, Billy Magnussen, Darren Barnet, Joaquim de Almeida, Travis Van Winkle, Arturo Castro, J.D. Pardo, Beau Knapp, Kevin Carroll, B.K. Cannon
Distribuzione: Prime Video
Durata: 121′
Origine: USA, 2024

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
Sending
Il voto dei lettori
1 (1 voto)
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