Rusty il selvaggio, di Francis Ford Coppola

Sembra un piccolo film ma è pensato in grande, un tentativo di fermare il tempo che è sintesi perfetta tra sperimentalismo, azione e nostalgia. Uno dei Coppola più necessari. Oggi, ore 13.25, Iris

Bisogna riportare i pesci nel fiume. Un atto definitivo, un impulso di libertà. Gli stessi che segnano l’inizio degli anni ’80 del cinema di Coppola dopo il flop al box-office di Un sogno lungo un giorno e la conseguente vendita degli studios della sua American Zoetrope. Rusty il selvaggio può sembrare il secondo capitolo del dittico dopo I ragazzi della 56° strada. Stessa ambientazione (Tulsa in Oklahoma), scrittrice di riferimento (Susan E. Hinton che a differenza dell’altro film qui ha anche scritto con Coppola la sceneggiatura), direttore della fotografia (Stephen H. Burum), scenografo (Dean Tavoularis), costumista (Marjorie Bowers) e soprattutto una nuova banda di giovani protagonisti arrabbiati. Da I ragazzi della 56° strada arrivano infatti Matt Dillon e Diane Lane più Tom Waits qui in versione barista.

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Bisogna riportare i pesci nel fiume. Per una nuova partenza, anzi una nuova rinascita. Perché tutta la carriera di Coppola è stata segnata da cadute e riscatti, rovinosi fallimenti e grandiosi successi. Non c’è stata mai una via di mezzo. Neanche in questi due film che potevano apparire più piccoli, più intimi, provvisori progetti alimentari per poi tornare a fare qualcosa di gigantesco. In entrambe le pellicole (e soprattutto in Rusty il selvaggio che è ancora superiore all’opera precedente), Coppola si muove in un budget limitato (circa 10 milioni di dollari), ma pensa in grande. Guarda con nostalgia il cinema classico, pensa a Orson Welles, usa grandangoli, fa comparire ombre di derivazione espressionista come il gatto nero all’inizio o il poliziotto nel finale. Ma soprattutto riaggiorna il mito dei nuovi ribelli senza causa. Matt Dillon con canottiera e fascia in testa è una parziale reincarnazione a metà tra Marlon Brando e James Dean. E sono proprio gli arrabbiati di allora che in Rusty il selvaggio sono ormai i padri alla deriva. Come, per esempio, lo strepitoso, dolente, silenzioso e amareggiato padre dei due fratelli interpretato da Dennis Hopper che in Gioventù bruciata era invece uno dei ragazzi che facevano parte della banda di Buzz.

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Rusty James (Matt Dillon) vive nel mito del fratello maggiore noto come “Motorcycle Boy” (Micjey Rourke) che un tempo era un leader delle bande di adolescenti. Una sera, dopo aver visto la sua ragazza di nascosto Patty (Diane Lane) che poi lo lascerò, fronteggia con la sua gag un gruppo di coetanri tivali. All’improvviso torna il fratello. Silenzioso, in disparte, una specie di angelo custode. Ma non può vegliare su di lui per sempre.

Il tempo si è magicamente fermato nel cinema di Coppola. Proprio tra il 1982 e il 1983. Nessuno poteva scommettere nulla su come sarebbe proseguita la sua carriera da quel momento in poi. Rusty il selvaggio segna il tempo dell’azione, di quello che accadrà con il dettaglio dell’orologio della casa di Patty. Al tempo stesso però c’è quello gigantesco, senza lancette. Forse solo così, due anni prima di Zemeckis, il cinema di Coppola può tornare indietro e provare a cambiare, attraverso il cinema, il destino già segnato dal passato. C’è un monumentale Mickey Rourke. Poche parole, silenzi sofferti e una caratterizzazione tra residui da Actors Studio e la nuova inquietudine dei giovani attori anni ’80. Ci sono ancora i tentativi di un grande musical, ma stavolta West Side Story incontra I guerrieri della notte; Walter Hill è più di un punto di riferimento nello scontro tra le due bande rivali all’inizio, in uno scontro filmato come una coreografia. In più c’è il bianco e nero. Coppola vede il suo cinema come “Motorcycle Boy”. “Mi sembra di ricordare quando vedevo i colori”. Ora guarda il mondo come la tv in bianco e nero e il volume basso. Poi le illuminazioni. I pesci nell’acquario. Rossi e blu. L’unico dettaglio a colori come l’allucinazione di Rusty quando da il cazzotto al vetro dell’auto della polizia.

Rusty il selvaggio è un passaggio fondamentale per Coppola. Perché stavolta trova la sintesi perfetta tra sperimentalismo, azione e nostalgia. Con una notevole attenzione ai dettagli sonori, determinanti come in La conversazione: la voce della madre dei due fratelli che se ne va senza vedere il flashback, il rumore della moto che si allontana, le sonorità della musica di Stewart Copeland, il batterista dei Police nella cui traccia ritmica ci sono i suoni della città di Tulsa. Però è un cinema che al tempo stesso vola altissimo. Ambizioso da morire come Apocalypse Now. Il volo di Rusty sulla città è uno dei fotogrammi immortali di tutto il cinema del regista. C’è tutto il desiderio (inconscio? consapevole?) di girare un film lì in altro, tra le nuvole. Forse un giorno lo vedremo? Oppure l’ha sempre fatto?

 

Titolo originale: Rumble Fish
Regia: Francis Ford Coppola
Interpreti: Matt Dillon, Mickey Rourke, Diane Lane, Dennis Hopper, Diana Scarwid, Vincent Spano, Nicolas Cage, Chris Penn, Laurence Fishburne, Tom Waits, William Smith
Durata: 94′
Origine: USA, 1983
Genere: drammatico

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.5 (2 voti)
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