Si alza il vento, di Hayao Miyazaki

Kaze tachinuIl volo per Miyazaki non è una semplice questione di vertigini: le sue figure sono come sospinte dal vento e quando si librano nel cielo danno l'impressione di essere ben piantate nel nulla, solide, ferme. Poi c'è il momento in cui cadono, perché la meccanica arriva a esigere il suo tributo di realtà. L'undicesimo lungometraggio del Maestro nipponico è questo: il racconto di un conflitto tra il sogno di un progettista di aerei (Jiro Horikoshi, realmente esistito) e la realtà che strappa quelle aspirazioni alla fantasia per ricondurle al più immediato bisogno bellico. Che poi è la metafora su cui si regge tutto il cinema di questo straordinario cantore dell'animazione, quella del conflitto tra la dimensione ideale e la concretezza del vero, dove il secondo è trasfigurato dalla poesia dei disegni, ma ha il suo peso nell'economia della narrazione. Sarà anche per questo che la figura di Horikoshi ha parecchi tratti in comune con quella dello stesso Miyazaki (persino il modo di vestire è lo stesso, con l'inconfondibile cappello da pescatore, mentre la voce è dell’amico e collega Hideaki Anno), e che la storia del suo percorso professionale e umano è una sorta di enorme immersione in una dimensione mentale, che però si presenta con i crismi del racconto storico-biografico fra i più rigorosi dell'autore.

Sebbene slanci lirici aprano nella vicenda alcune parentesi immaginarie in cui Jiro si intrattiene con l'ingegnere italiano Giovanni Caproni, la vera differenza la fanno i dettagli, come la straordinaria intuizione di creare i suoni degli aerei attraverso le voci dei rumoristi: la metafora perfetta di un volo concepito come espressione di un gioco infantile. Così, se Jiro progetta i suoi aerei attraverso fitte sessioni di disegno che poi trovano il loro più alto momento espressivo nella splendida sequenza in cui il nostro insegue un aeroplanino di carta, l'intero racconto diventa l'elaborazione di un processo creativo in perenne divenire. La struttura riesce perciò a sopportare gli scossoni di una progressione più diseguale del solito, aperta a derive più lente e seriose in cui Miyazaki sfoga la sua passione per la meccanica illustrando i passaggi tecnici che hanno portato alla creazione del celebre aereo da combattimento Mitsubishi AM6 Zero. E esplode letteralmente con il delicato racconto d'amore del legame che si crea fra Jiro e la sua amata Naoko: altro rapporto in bilico, peraltro, che sta fra la forza ideale di un sentimento che permette ai due di sorreggersi a vicenda lungo le difficoltà imposte dalle sfide, e la concretezza di una realtà fatta di problemi lavorativi e, soprattutto, sofferenze fisiche per la donna, assediata dalla poliomelite.

Ne consegue che il film stesso è sospeso, ben piantato nel sogno a occhi aperti in cui i corpi si librano leggeri nel nulla, mentre il destino incombe sotto forma di un nuovo conflitto (i fatti anticipano di poco la Seconda Guerra Mondiale, dove i caccia Zero giocarono un ruolo di primo piano per l'industria bellica nipponica). Il bello è come i contorni siano sfumati: Miyazaki non è diretto come ne Il castello errante di Howl, evoca lo spettro della guerra ma lo lascia sempre sullo sfondo, gioca a rovesciare alcune figure retoriche e il terremoto del Kanto del 1932 non ha quel sapore rigenerativo che aveva lo tsunami di Ponyo sulla scogliera, è distruzione e sofferenza, ma è anche il punto d’origine della storia d’amore. E’ dunque chiaro come questa storia di successo sia anche il racconto di un più generale fallimento, esattamente come accade alla storia d'amore tra Jiro e Naoko. E' un racconto per questo allegro, ma con un fondo di struggente malinconia, fuggevole eppure presente a se stesso. Un film per questo, che è come il vento.