Sogni d’oro, di Nanni Moretti

“Tutti si sentono in diritto, in dovere di parlare di cinema.
Tutti parlate di cinema, tutti parlate di cinema, tutti!
Parlo mai di epigrafia greca?
Parlo mai di elettronica?
Parlo mai delle ditte dei ponti dell’autostrada?
Io non parlo di cardiologia!
Io non parlo di radiologia!
Non parlo delle cose che non conosco!!!”

 

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Sogni d’oro compone con Io sono un autarchico (1976) ed Ecce Bombo (1978) una trilogia nevrotica che contiene tutte le ossessioni e le manie di Michele Apicella, diventato in quest’ultimo capitolo regista di successo, in balia del rapporto edipico con madre castrante e sopraffatto dalla crisi d’ispirazione. Quando il film uscì nel 1981, la critica identificò frettolosamente il protagonista con Nanni Moretti e partirono immediate le accuse di manierismo e autoreferenzialità. In realtà Sogni d’oro si scrolla subito di dosso “fellinismi” e falsi d’autore proponendo un discorso molto serio sulla società dello spettacolo e sulla critica cinematografica. Quando il recensore (Dario Cantarelli) nei diversi dibattiti ripete come un mantra che certi film non possono mai interessare un pastore abruzzese, un bracciante lucano o una casalinga di Treviso, Moretti non fa altro che misurare la miopia di certa critica pregiudiziale.

Il circo Barnum che ruota attorno è sconfortante: due fratelli apprendisti registi che fanno stalking, un aiuto regista (Tatti Sanguineti) usato come punchball, uno sceneggiatore frustrato (Alessandro Haber), un regista marpione (Gigio Morra) che si muove secondo i gusti del pubblico (canta Piscatore ‘e Pusilleco) e sfida Apicella in un programma trash televisivo condotto da Giampiero Mughini. Questo gran baraccone, composto prevalentemente da gente che è disposta a tutto pur di ottenere i quindici minuti di celebrità, è una profezia lucida sulla televisione degli anni a venire e sulla degenerazione della società dell’immagine, con l’impoverimento del linguaggio e della comprensione verbale.

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La prevalenza del contenente rispetto al contenuto è ben sottolineata dal proprietario della sala cinematografica che rimprovera Apicella per non essere abbastanza “centrale”. Michele Apicella è al contrario periferico, un po’ per scelta, un po’ per sadomasochismo e continua a viaggiare su tre diversi livelli narrativi: la realtà della propria vita quotidiana, i sogni che tendono a degenerare in incubi, la finzione scenica del film che sta girando intitolato La mamma di Freud.

Rispetto alle opere precedenti, Nanni Moretti sembra avere più consapevolezza dei propri mezzi e comincia a muovere la macchina da presa con lentissimi dolly. Anche le prove attoriali sono notevoli: tra queste ricordiamo quelle di Remo Remotti nella parte di Freud, quella di Piera Degli Esposti nella parte della madre di Michele e di Laura Morante nella parte di Silvia, la donna dei sogni. Ed è proprio Silvia la coscienza autocritica di Michele Apicella inchiodato da accuse che pesano come una condanna ( “Lei è un arido, la sua vita è inutile, io la disprezzo”) in un sogno tra i banchi di scuola che sembra il prequel di Bianca. Attraverso le immagini filtrano influenze del cinema contemporaneo: non si può non pensare a Hair quando vediamo la manifestazione Vietnam vincerà trasformarsi in coloratissimo musical; così come viene in mente Toro scatenato quando vediamo Apicella e Gigio salire sul ring per darsele di santa ragione e ancora pensiamo a Shining quando una palletta viene scagliata violentemente contro il muro.

È incredibile pensare come Moretti abbia anticipato di trent’anni il presenzialismo televisivo, il populismo che poggia sull’ignoranza, il socialismo reale che si schianta sul muro del capitale (Freud svende i suoi libri al proletariato), i programmi trash (l’esilarante travestimento da pinguini e la conseguente lotta), la crisi di idee del cinema italiano diviso tra commercialità e autorialità, la mancanza di giudizio e di senso critico dell’intellettuale e del recensore, il mammismo italiota (“Io non voglio superare il complesso di Edipo”), il disimpegno politico e la crisi di vocazione religiosa, la perdita delle figure d’autorità, genitoriali e non. Alla fase maniacale con crisi isteriche e comportamenti violenti subentra uno stato depressivo quasi catatonico (Apicella che guarda la Tv con mega coperta di Linus) ben sottolineato dalla musica di Franco Piersanti che alterna siparietti jazz con malinconiche sonate al piano. E non è un caso che mentre si sta girando La mamma di Freud, alcune coppie inizino a ballare sulle note di Un uomo da bruciare di Renato Zero. Il sogno d’amore diventa incubo orrorifico e nel finale Michele Apicella subisce la metamorfosi da Dr. Cordelier a Monsieur Opale scomparendo nel bosco in un urlo da licantropo (Non voglio morire, non voglio morire…).

Premiato con il Leone d’Argento al Festival di Venezia del 1981, Sogni d’oro rappresenta una deviazione surreale rispetto alle opere precedenti e si posiziona a metà strada tra la sarabanda onirica da 8 e 1/2 e la necessità di rimanere il più possibile adesi al reale. La forza centrifuga che pone Michele Apicella ai margini, quasi un corpo alieno, è la crescente distanza tra le sue aspettative e la mediocrità della moderna società dello spettacolo. Così all’apparire del vero, l’unica forza capace di contrastare la pulsione di morte si trasforma in oggetto d’amore irraggiungibile, perduto, dimenticato. E mentre i critici continuano a sbagliare bersaglio, l’unico applauso possibile è quello di un pubblico di merda.

 

Regia: Nanni Moretti
Interpreti: Nanni Moretti, Piera Degli Esposti, Laura Morante, Alessandro Haber, Remo Remotti, Gigio Morra
Durata: 105′
Origine: Italia, 1981
Genere: commedia

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.93 (14 voti)

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