Sto pensando di finirla qui, di Charlie Kaufman

Nel mondo di Charlie Kaufman lo spazio si comprime nell’illusione del tempo, ogni passo misura una fuga. Da una relazione sbagliata nel nascere. Dal gioco ripetitivo e insofferente di un amore condannato a ferire le certezze, crollate sotto il peso illogico del banale tragico presente impossibile da accettare. “Adattarsi è quasi una vergogna, è come fuggire” dice Meryl Streep in Adaptation (Il ladro di orchidee), scritto da Kaufman per Spike Jonze. I buoni propositi sono argini friabili, qualcosa di invisibile si insinua nella voce e su un volto conosciuto, improvvisamente estraneo. La tristezza dei suoi personaggi, l’espressione tra il rimpianto e la sfiducia, la costante ricerca di conferme per un’esistenza che corre sulla linea dell’inutilità, sono caratteristiche di un cinema esposto alle miserie umane, avanguardia emotiva di un gioco intellettuale dal destino fallimentare, che lascia tracce e semina indizi quasi si fosse in presenza di un crimine, ma lascia impunito il reato per mancanza di colpevoli, classico schema da tragedia greca.

I’m Thinking of Ending Things è l’adattamento cinematografico di un romanzo di Ian Reid, e vede protagonisti Lucy e Jake impegnati a raggiungere una fattoria isolata, dove vivono i vecchi genitori di lui, durante una forte nevicata. Si conoscono da poco, qualche settimana, quanto basta per far nascere in Lucy il bisogno di troncare. L’occasione del viaggio assume le sembianze di un road movie, il panorama imbiancato appiattisce le difese e prepara il terreno ad uno scambio di battute di aspetto teatrale. Nella parte centrale la visita prende dei connotati quasi horror, nell’imbarazzo dei ricordi e l’inopportuna malattia senile, capace di trasfigurare qualunque bellezza in una copia beffarda. La piega degli eventi smembra l’impianto della realtà e l’immaginazione comincia a prendere il sopravvento. Gli interni claustrofobici, l’abitacolo dell’autovettura e la casa, vengono completati dalle riprese effettuate in esterno, in pessime condizioni climatiche, nello Stato di New York, tra la valle del fiume Hudson, Fishkill nella contea di Dutchess, e la contea di Ulster.

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Le atmosfere del film, la calma apparente prima del delitto, con lo scivolamento nel thriller psicologico/grottesco, ricorda da vicino il primo lavoro come regista di Kaufman, Synecdoche, New York, cambia il meccanismo narrativo. L’ipocondria dilatata negli anni si comprime nella durata di un giorno, vengono comunque introdotti i fantasmi e le ombre, resta la struttura opprimente delle relazioni sentimentali, un tema spalmato ovunque nella scrittura dello sceneggiatore americano e presente fin da Human Nature e Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry e Confessions of a Dangerous Mind di George Clooney, dove Julia Roberts muore con affianco un quaderno aperto con la scritta “No Love”. Non è più il tempo di fotografare la felicità di un istante come nella stop motion di Anomalisa, secondo lungometraggio in regia e secondo insuccesso al botteghino, per poi destarsi dal sogno in un quotidiano deludente e il rammarico della consapevolezza di un risveglio tardivo. Qui siamo dalle parti delle barriere pregiudiziali, gli avvenimenti sono soltanto la conferma di un avvertimento ed anche la conseguenza di un approccio scettico. L’ottimo inizio, costruito innanzitutto sulle performance attoriali, ed un buon secondo atto, preparano ad un finale dal carattere trascendentale, la parte meno convincente, quando l’odissea del ritorno in città subisce una deviazione, fino al vecchio liceo frequentato da Jake. Ma a quel punto l’exploit visionario soprannaturale aggiunge davvero poco al risultato complessivo.

 

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Titolo originale: I’m Thinking of Ending Things
Regia: Charlie Kaufman
Interpreti: Jesse Plemons, Jessie Buckley, Toni Collette, David Thewlis, Guy Boyd
Distribuzione: Netflix
Durata: 134′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (5 voti)

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