Una donna chiamata Maixabel, di Icíar Bollaín

Anche se rischia di cadere nella retorica commemorativa, grazie alla prova superba dei suoi attori il film riesce efficacemente a scavare profondamente nelle contraddizioni dei suoi personaggi.

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Il punto di vista della vittima. Il punto di vista del carnefice. Ragioni e torti che cambiano secondo il contesto storico. Persone che maturano e non riconoscono più le proprie azioni. Icíar Bollaín, la regista classe 1967 (Ti do i miei occhi, Il matrimonio di Rosa), parte da un fatto di cronaca: il 29 luglio del 2000 Juan Maria Juaregui, l’ex governatore civile di Guipuzkoa, viene ucciso da un commando dell’ETA. I tre responsabili vengono catturati e condannati a 39 anni di carcere. Uno di loro dopo molto tempo chiederà un colloquio con Maixabel Lasa, la vedova di Juan Maria.

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Sono sempre le donne le protagoniste dei film di Icíar Bollaín: figure forti, consapevoli, responsabili delle loro scelte. Trovano sempre il coraggio della frase giusta, del pensiero coerente, dell’azione rigorosa ma anche conciliante. Maixabel (Blanca Portillo) riconosce nella non violenza un monolite sul quale ricostruire la sua vita distrutta dopo l’attentato al marito. Anche la figlia Maria (María Cerezuela) reagisce alla ineluttabilità della morte con la speranza di una nuova vita. Nonostante la stele in onore al coniuge venga continuamente vandalizzata, Maixabel crede fermamente nella possibilità di riscatto della propria vita e di quelle degli assassini. Diventa presidente della Oficina de Atencion a Las Victimas del Terrorismo del governo basco e da lì porta avanti la sua battaglia per non dimenticare. Finisce persino sotto scorta, mettendo a repentaglio la propria esistenza.

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Dopo una prima parte movimentata che racconta le dinamiche dell’assassinio e l’impatto devastante sui familiari, Icíar Bollaín si concentra parallelamente sulle dinamiche psicologiche che si creano tra Maixabel e due dei tre attentatori. Pur nella tristezza della irreversibilità dell’azione, Maixabel accetta prima da Luis (Urko Olazabal) e poi da Ibon (Luis Tosar) la possibilità di spiegare i motivi politici del gesto violento. I due momenti più importanti del film sono proprio i due incontri con gli ex terroristi: Icíar Bollaín li conduce con spietati campo/controcampo che sono colmi di tensione repressa e sensi di colpa. Gli occhi dei tre protagonisti rivelano i sentimenti, mentre le parole defluiscono con più fatica, quasi fossero più un ostacolo che un ponte di connessione. Il perdono è un percorso difficile ed ha bisogno della lunga distanza.

Anche se a volte l’opera rischia di cadere nella retorica commemorativa, la regista grazie alla prova superba dei suoi attori scava profondamente nelle contraddizioni dei suoi personaggi rivelandone la estrema solitudine e vulnerabilità. Il mazzo di fiori finale con una rosa bianca in mezzo a quelle rosse è una metafora di uno sguardo dritto verso il futuro dimenticando gli errori del passato.

Premiato ai Goya 2022 per la miglior interpretazione femminile (Blanca Portillo), per il miglior attore non protagonista (Urko Olazabal) e per la miglior attrice esordiente (María Cerezuela), Una donna chiamata Maixabel è un inno contro la violenza del terrorismo (di qualsiasi parte, di qualsiasi genere) e una discesa nella profondità degli abissi del rimorso. La saggezza delle donne ha una forza di conversione sulla stupidità degli uomini violenti. Finito il tempo della lotta armata ed esaurita la conta dei cadaveri lasciati sul campo, resta per questi assassini una sola unica possibilità: inginocchiarsi, chinare la testa e chiedere perdono. Sapendo comunque di non essere assolti dalla Storia.

 

Titolo originale: Maixabel
Regia: Icíar Bollaín
Interpreti: Blanca Portillo, Luis Tosar, María Cerezuela, Urko Olazabal, Tamara Canosa, María Jesús Hoyos, Arantxa Aranguren, Bruno Sevilla, Josu Ormaetxe
Distribuzione: Movies Inspired
Durata: 115′
Origine: Spagna, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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