VENEZIA 68 – "Cafè de Flore", di Jean-Marc Vallée (Giornate degli autori)

cafe de floreCon un'ottima colonna sonora a fare da collante tra i diversi piani temporali, Cafè de Flore è un film bellissimo da ascoltare: purtroppo, Vallèè si rivela troppo succube della scrittura e del colpo di scena per emozionare davvero; in questo modo non riesce a dare forma alle proprie ossessioni, e riduce quello che poteva essere un bellissimo melò etereo a un film meccanico e farraginoso, più preoccupato di stupire che di colpire veramente il cuore dello spettatore

 

Due trame separate che si sviluppano in parallelo: negli anni Sessanta, una donna partorisce un bambino affetto da sindrome di Down e, dopo essere stata abbandonata dal marito, decide di crescerlo da sola contro tutto e tutti; ai giorni nostri, un affermato deejay lascia la donna con la quale era stato per tutta la vita per mettersi con una ragazza più giovane, ma i sogni e il sonnambulismo dell’ex moglie sembrano presagire una risoluzione tragica. Come ne Il mistero dell’acqua di Kathryn Bigelow, i due diversi piani temporali si sovrappongono andando ad incidere l’uno sull’altro: in Cafè de Flore Jean-Marc Vallèe guarda al nucleo familiare come al campo di battaglia tra gli affetti e le gelosie, le possessioni e i desideri mancati. Si ama e si perde, si soffre e non si riesce ad accettare che altri possano provare ciò che a noi è stato tolto: l’amor fou, che sia di una madre messa in disparte o di una moglie tradita, è il sentimento assoluto e totalizzante intorno al quale ruota questa caotica sarabanda, raccontata frammentando il materiale narrativo e lasciando lo spettatore al buio, nell’attesa di ricomporre il quadro d’insieme tassello dopo tassello. A fare da collante tra le varie istantanee di vita, la poderosa colonna sonora della vita dei protagonisti, dalla dance alla new wave, dai Pink Floyd fino ai Cure e ai Sigur Ròs: un film bellissimo da ascoltare, ma meccanico e farraginoso nello svelare mano a mano le sue carte, come se tutto fosse stato pensato in virtù del colpo di scena finale. L’interazione tra passato e presente, che vorrebbe essere il vero fulcro del film, non trasforma così i propri personaggi in quello che vorrebbero essere: fantasmi vittime dell’ossessione amorosa, incatenati nelle viscere del tempo. Poteva essere materiale bellissimo per un melodramma astratto ed etereo, invece Vallèe non riesce a dare forma alle proprie ossessioni: e il ridicolo involontario torna più di una volta a fare capolino tra la vicenda. Peccato, perché l’idea di incrociare storie appartenenti a diversi piani temporali attraverso l’accavallamento di musiche e canzoni (ma anche simboli, tatuaggi e luoghi) meritava una sensibilità ben diversa, anziché lasciare il campo a una mentalità troppo succube della scrittura e del colpo di scena.

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Un commento

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    Il film invece arriva ed emoziona. Tutt'altro che meccanica la decostruzione della storia (o delle due storie) rinvia al linguaggio della mente e delle emozioni.