#Venezia75 – Dragged Across Concrete, di S. Craig Zahler

Un altro campo di battaglia dopo il sorprendente Brawl in Cell Block 99. Con altre vite che cambiano. E dove Zahler ridisegna le traiettorie di un noir/western urbano che sembra essere al suo punto terminale. Attraverso le figure di due agenti (Mel Gibson e Vince Vaughn) che, dopo essere stati sospesi per i loro metodi violenti e incastrati in un video, decidono di cambiare vita e passare dalla parte della criminalità. Ma li attenderà una sfida estrema.

Ci sono i riferimenti a quella claustrofobia da camera come nella potente scena della rapina in banca che rimanda a Quel pomeriggio di un giorno da cani, alla follia dietro il volto nella folla di Taxi Driver. Ma Dragged Across Concrete sembra soprattutto permeato da quel poliziesco anno ’80. Il principe della città innanzitutto nella doppia faccia del poliziotto come nel caso di Treat Williams nel film di Lumet. Ma c’è un dialogo illuminante tra Mel Gibson e Don Johnson in un piccolo ruolo in cui fanno riferimento a quando erano giovani e c’è la foto di Arma letale.

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Un inizio che è una bomba e un gran finale. E un poliziesco vecchia maniera che è così preciso nelle geometrie da rischiare a tratti un autocompiacimento formale. Ma forse il problema è nostro. Non si è più abituato a polizieschi così perfetti. È cambiato il nostro sguardo e forse a tratti si fa fatica a rientrare dentro quelle atmosfere che ci hanno sedotti e abbandonati. E non è neanche uno di quei film su cui ci si può scrivere subito. Non solo perché è così perfetto, ma perché si rischia anche di sottovalutarlo. Perché domani, se ne è quasi certi, sarà più bello. E dopodomani ancora di più.

Innanzitutto Zahler porta dentro gli inferi dei suoi personaggi. Disegna impercettabilmente ma in maniera sensibile la loro mutazione. Come l’ex-pugile e meccanico di Brawl in Cell 99 – ancora interpretato da Vince Vaughn – che si trova costretto a commettere atti violenti in carcere. Così anche per i due agenti di Dragged Across Concrete. Dove parallelamente, ha una parte fondamentale la loro dimensione privata. La moglie malata e la figlia bullizzata di Mel Gibson, una mancata consegna dell’anello per Vince Vaughn. E la stessa messa a fuoco vale anche per il criminale interpretato da Tory Kittles: la madre che si prostituisce, il fratello minore appassionato di videogiochi costretto a vivere su una sedia a rotelle. Uno degli apici della dimensione intima è il dialogo tra l’impiegata di banca (Jennifer Carpenter, anche lei già protagonista di Brawl) e il marito che si parlano attraverso una fessura della porta. Con lei che non riesce ad andare a lavorare perché ha bisogno del contatto col figlio e il marito che invece cerca in tutti i modi di aiutarla nel suo ritorno alla quotidianità di tutti i giorni.

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Ancora gli ultimi bagliori del poliziesco. Zahler ripropone, secondo un’ottica personalissima, il lavoro che Carl Franklin (Il diavolo in blu) faceva negli anni ’90. Al posto della velocità c’è un ritmo uniforme. Spesso giocato sull’attesa che accada qualcosa. Le scene di azione pura (la rapina, gli omicidi) sono poche,  velocissime e si esauriscono subito. Prima, ovviamente, della parte finale. Contano soprattutto gli appostamenti. Ed esemplari sono anche i non-inseguimenti. Sempre a distanza di sicurezza. Dove ogni immagine può essere catturata e filmata. Come il video iniziale che ha incastrato i due agenti o lo scontro finale. Altri video che, oltre ad essere funzionali alla struttura narrativa, possono essere le altre, molteplici strade, di come girare oggi attraverso gli strumenti digitali le scene di un poliziesco. Con un dolente Mel Gibson ormai stanco e disincantato rispetto ad Arma letale. “A 60 anni ho lo stesso grado di quando ne avevo 27” è forse la frase più amara del film. Quasi perfetto, che cresce ancora di più. Che ha solo un epilogo di troppo.