#Venezia76 – Incontro con Pedro Almodóvar

Tocca al regista spagnolo Pedro Almodóvar inaugurare l’intensa giornata di incontri con la stampa prevista per giovedì 29 agosto alla 76esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

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La moderatrice Alessandra De Luca accoglie l’ospite ricordandogli il suo primo approdo a Venezia, in occasione del debutto internazionale come regista con L’indiscreto fascino del peccato (1983), pellicola che ricevette anche molte contestazioni, specialmente da esponenti della Democrazia Cristiana, a causa della tematica libertina. Almodóvar ammette di aver comunque vissuto con entusiasmo quella prima esperienza giovanile, sostenuto anche dal pubblico e dalla stampa; nondimeno ricorda il clima gioioso, quasi come ci si trovasse «in un teatro», creatosi all’interno della sala stampa per il suo ritorno al Lido nel 1988 con Donne sull’orlo di una crisi di nervi (che vinse il premio per la miglior sceneggiatura, da lui firmata). In quell’occasione, come fu successivamente affermato da Lina Wertmüller e da Sergio Leone (entrambi in giuria quell’anno), si sarebbe meritato di vincere il Leone d’Oro, assegnazione che oggi in un certo senso lo riscatta e «rappresenta un atto di giustizia anche politica».

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Ciò che lo ha sempre motivato in quanto regista, spiega durante l’incontro, è il poter «conferire una libertà morale ai personaggi qualsiasi essi siano» (suore o travestiti), senza preoccuparsi dell’orientamento sessuale, ma lasciando loro piena libertà di espressione; figure da molti ritenute bizzarre o stravaganti, ma che in realtà riflettevano ciò che egli riscontrava intorno a sé, nel clima del cambiamento che stava stravolgendo la Spagna di fine anni ’70. La notte madrilena, con i primi barlumi di una democrazia poco prima impensabile, è stata sicuramente una grande «università di vita» per il regista.

Quando gli viene chiesto se abbia seguito una linea specifica per dare un’impronta tanto personale e riconoscibile al corpus delle sue opere, Almodóvar risponde:«Quando ho iniziato a fare film non avevo idea di cosa fosse il linguaggio cinematografico, quindi non ho mai pensato allo stile. La mia unica preoccupazione sin dall’inizio era che la storia si capisse». Successivamente, grazie alle conoscenze acquisite con l’esperienza e alla possibilità di avvalersi di mezzi tecnici più avanzati, produzioni più grandi e budget più elevati, «ho cominciato ad avere consapevolezza del linguaggio cinematografico e me ne sono innamorato, ma non mi sono mai preoccupato di avere un mio stile, credo che queste cose avvengano per conto loro». Il potere del regista, ammette con soddisfazione, gli ha consentito di pensare soltanto a ciò che desiderava trasmettere, realizzando le sue volontà in maniera estremamente indipendente, senza tener conto delle esigenze del mercato o del pubblico.

Riguardo alla sua scelta di impiegare colori accesi, sgargianti (utilizzati nei suoi film in maniera piuttosto eccentrica) ha svelato come sia probabilmente dovuta a una reazione alla mancanza di colore nella sua terra natia, tipicamente arida, spenta, conservatrice, caratterizzata soprattutto dal nero del lutto indossato per generazioni dalle donne: «I miei film sono così barocchi per reagire alla severità della Mancia».

Poco dopo l’incontro con i giornalisti, il regista ha sfilato sul red carpet, senza risparmiare saluti e autografi ai fan accorsi per acclamarlo. Durante la Cerimonia di premiazione del Leone d’Oro alla carriera in Sala Grande, gli è stato consegnato l’ulteriore riconoscimento, accolto con orgoglio e commozione, dopo una lunga serie (ricordiamo solo l’Oscar per il miglior film straniero con Tutto su mia madre e quello alla miglior sceneggiatura originale per Parla con lei).