#Venezia79 – I corti di Sic@Sic

Ecco com’è andata la serata da Spazio Scena a Roma in cui si sono potuti vedere i corti della 37a Settimana della Critica e dialogare con gli autori presenti. Replica delle visioni il 30 settembre

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Tra gli eventi speciali che si svolgeranno durante “I Grandi Festival (Cannes, Locarno e Venezia) a Roma e nel Lazio”, è stata dedicata una serata speciale per la visione dei cortometraggi presentati alla 37a Settimana Internazionale della Critica durante la 79° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
Dopo ogni proiezione dei corti di Sic@Sic, è stato dedicato uno spazio di dibattito tra alcuni dei registi presenti e i critici del SNCCI – Gruppo Regione Lazio.

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Pinned Into a Dress di Gianluca Matarrese e Guillaume Thomas. E’ la storia di Kurtis, alias Miss Fame, un ragazzo diventato una delle drag super model più iconiche al mondo. Attraverso una seduta di ipnosi si intraprende un viaggio di ricerca del sé autentico di Kurtis. Ma Miss Fame è insieme liberazione e tortura: tacchi alti, corsetti, fasce che comprimono i genitali, il trucco, è una tortura necessaria per far uscire quell’ideale di bellezza tanto ricercato.

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Albertine where are you? di Maria Guidone, vincitore della miglior regia. Albertine è il personaggio più controverso e misterioso della Recherche du temps perdu di Marcel Proust. Per molti critici è la trasfigurazione letteraria di Alfred Agostinelli, autista di Proust di cui l’autore era innamorato. Guidone prende il racconto autobiografico e le pagine del romanzo, per raccontare una storia d’amore contemporanea.

Perché scegli Proust per raccontare questa storia d’amore contemporanea? “Quello di Proust è un romanzo che ho letto al liceo, ma ho deciso di non rileggerlo per la realizzazione di questo corto. Il progetto è nato durante il primo lockdown, dove mi sono ritrovata a vivere la letteratura in modo completamente inversivo. Era molto forte il desiderio di luce, di movimento che è quello che rappresenta Albertine che è l’emblema dei nostri desideri, la proiezione di tutto quello che abbiamo letto e vissuto, un’immagine caleidoscopica che riflette il nostro passato.”

Perché l’inglese e non l’italiano come voce narrante? “È un lavoro che ho fatto anche livello di scenografia, volevo porre questo racconto a livello universale. La voce narrante doveva sembrare proprio una voce della letteratura e allo stesso tempo volevo mantenesse l’accento italiano, un po’ come un bluff.”

Questo corto ha prospettive per un lungometraggio? “Si, il progetto di trasformarlo in un lungometraggio c’è, ma va molto trasformato perché questo tipo di linguaggio non si presta per una lunga durata.”


Come le lumache di Margherita Panizon. Protagonista del corto è Simone, un ragazzo taciturno che trova la sua libertà solo quando sta a contatto con la natura. Sayid è il secondo protagonista, un giovane migrante, che irrompe sulla scena all’improvviso. Il loro incontro avviane in maniera naturale, senza pregiudizi, un incontro necessario che aiuterà entrambi a rendersi meno invisibili. All’interno di questo terzo personaggio rappresentato dalla natura, i due iniziano a scoprirsi, apprendono le proprie paure e le passioni, scoprono che non esiste alcuna diversità.

Come nasce questa storia di invisibili? “Il mio studio si basa sulla ricerca della solitudine e avevo la necessità di fare un corto e stavo cercando di capire cosa potevo raccontare. Non avevo idee, cosi un giorno mi sono ritrovata a fare un giro all’interno del mio quartiere, Tor Pignattara. Passa davanti una saracinesca di un negozio bangla mezza chiusa. Do un’occhiata all’interno e vedo una bambina che balla da sola. L’idea di questa bambina che balla libera, l’idea di questa saracinesca mezza chiusa mi ha fatto immaginare che stava facendo qualcosa che la faceva sentire bene nascondendosi dagli altri. Questa immagine mi ha fatto venire in mente Simone, il protagonista del corto.”

Un’idea che nasce nel quartiere di Tor Pignattara, come ti sei rapportata con il luogo dove hai ambientato il film? “I luoghi che vedete sono luoghi a me cari. Volevo uno spazio onirico, in cui tutto può succedere e in cui non c’è uno spazio-tempo, quale luogo migliore della natura e del bosco, per me. Io vengo da Trieste, quello che vedete si trova nel Carso Triestino, i miei genitori mi portavano da bambina, quindi rappresenta un luogo importante per me.”

La scelta di raccontare la solitudine di un ragazzo, nasce dall’idea che questa è l’età più importante da raccontare? “Penso che la solitudine abbracci tutte le generazioni. Ho scelto di raccontare quella di due ragazzi perché la solitudine di me, trentenne, è ancora difficile da metabolizzare, mentre quella di due ragazzi che cercano di essere meno soli è una condizione che conoscono meglio.”

Ci puoi parlare del ruolo della musica? “Abbiamo lavorato molto sull’idea del suono come narrazione. È un veicolo per raccontare la presenza dell’altro ragazzo. Le musiche sono arrivate in un secondo momento, abbiamo cercato di mescolare quella che poteva essere una colonna sonora con i suoni del bosco.”


Nostos di Mauro Zingarelli. Ambientato nel 2059 in un mondo post apocalittico, un uomo e una ragazza sono alla ricerca di microchip e transistor da barattare con un po’ d’acqua. Una routine che si rompe quando viene ritrovato un oggetto prezioso per l’uomo. Aurora Giovinazzo, Matilde di Freaks Out, è la protagonista del corto di Zingarelli.

Visto che il panorama italiano non è predisposto per il genere post apocalittico, come ti è venuta in mente questa idea? “Tutto nasce da un programma che noi facciamo su Twitch, dove spieghiamo come vengono fatti i più grossi film americani. Dopo due anni di programma ci siamo convinti a farlo. Per poter sostenere il progetto, abbiamo pensato di trasmettere in diretta streaming tutte le fasi di realizzazione. Il punto di inizio è stato chiedere agli utenti delle idee. L’idea selezionata parlava di due ragazzi che trovano un game boy in un mondo distopico e combattono con le gang rivali. Con lo sceneggiatore abbiamo preso questa idea e l’abbiamo estesa. Noi non abbiamo ragionato per il panorama italiano ma per il nostro pubblico. Il cortometraggio è stato realizzato anche grazie al crowdfunding. Durante i live il pubblico poteva fare delle donazioni che hanno contribuito a creare una parte del budget.”

A cosa vi siete ispirati per realizzare il film? “Anche se sono un fan del genere e di Mad Max ho cercato di evitare di prendere spunto dall’immaginario classico. Alcuni reference sono talmente tanto radicati dentro di noi che sono usciti automaticamente. Ho preso spunto da alcuni manga giapponesi, dallo stile di vestiti che si chiama warcore, per evitare di fare una copia di Mad Max.”

Puiet di Lorenzo Fabbro e Bronte Stahl, vincitore del miglior corto. Nicusor vive in un piccolo villaggio della Transilvania. Passa le sue giornate ad osservare gli adulti che lavorano il raccolto. Sente il bisogno di dare una mano, di entrare nel mondo degli adulti che però lo rifiutano. Questo rifiuto porta il ragazzino a cercare il proprio posto nella natura che lo circonda. Esplora il bosco, si arrampica sull’albero, emette i suoni che sente.

Reginetta di Federico Russotto, vincitore del miglior contributo tecnico. Il corto è ambientato nella Ciociaria dei primi anni ’50. Durante il lavoro nei campi, una giovane contadina viene scelta come possibile partecipante al concorso di Miss Italia. Ma le misure del corpo non sono adatte al concorso. Per questo motivo, la famiglia della ragazza, la sottopone ad un processo di trasformazione fisica estremo e terrificante.

Da dove arriva Reginetta nella tua testa? “Arriva da alcune foto che ho trovato di vecchi apparecchi odontoiatrici dell’ottocento. Erano stranissime macchine che si mettevano in faccia, per cercare di sistemare la mascella. Vedendo quelle foto mi è venuta voglia di esplorare questa tematica della costrizione e della modificazione del corpo. L’horror poi è il mio genere preferito.”

Quindi tu parti da un’immagine e poi costruisci la narrazione? “Spesso i miei lavori partono da un’immagine. È spesso una foto o un’immagine che mi stimola. Io cerco di prenderti prima in qualche modo alla pancia per poi arrivare alla testa.”


Resti di Federico Fadiga. Un gruppo di ragazzi è in viaggio per raggiungere una festa. Sono bloccati nel traffico e decidono di fermarsi per una sosta. Arrivano in un luogo pieno di oggetti e vestiti abbandonati dove iniziano a bere e scherzare. Improvvisamente Mattia si allontana dal gruppo, disorientato e turbato, quel luogo ha risvegliato in lui qualcosa che lo fa sprofondare nel turbinio di sé stesso.

Come si lavora al Centro Sperimentale, come vengono scelti i corti da realizzare? “Dipende da anno in anno. I corti vengono realizzati all’interno di laboratori. In questo caso ho presentato il progetto ai docenti con cui ho lavorato.”

Perché hai scelto questo soggetto? “È partito tutto dall’idea di esplorare un po’ la dimensione del ricordo, di quello che abbiamo vissuto e ci portiamo dietro dal passato. Successivamente cercavamo di dare delle risposte alle domande sul tema scrivendo il cortometraggio.”

Come avete scelto l’ambientazione? “La prima cosa che mi è venuta in mente è proprio l’immagine di questi ragazzi che ballano intorno ad un fuoco. All’inizio vedevo questa scena sotto un ponte, perché mi piace l’idea di questo luogo nascosto con sopra la gente che passa. Durante le ricerche, invece, abbiamo trovato questo posto che si sposava meglio con l’idea che avevamo in mente.”

È più la storia che influisce sull’aspetto visivo e sulla messa in scena o viceversa? “Penso un misto delle due cose. Qualche punto fisso era rimasto, altre cose le abbiamo scoperte lavorando. Un ibrido tra idee originali e quanto ci siamo fatti condizionare dal processo. Le idee visive sono arrivate dopo la storia. Prima abbiamo lavorato sulla sceneggiatura poi, sulla base di quelle, ho cercato di capire con che mezzi lavorarle.”


La stanza lucida di Chiara Caterina. Un uomo torna a casa dopo la rottura di una storia. Attraverso dei gesti comuni, farsi la barba, bere un bicchiere d’acqua, guardare dei messaggi in chat, entriamo in contatto con la sua solitudine. Un bambolotto nudo diventa un conforto momentaneo prima di sprofondare nel sonno. Un sogno ci accompagna durante il suo rituale di guarigione.

Questo è il tuo primo lavoro di finzione, ci puoi raccontare come ti sei approcciata a questo genere narrativo diverso? “Mi sono avvicinata sempre con il metodo del documentario. Tutto nasce da una rottura amorosa che stava affrontando questo mio amico. Per aiutarlo a superare questo momento ho deciso di farmi accompagnare nella realizzazione di questo lavoro. Volevo costruire per lui un rituale che lo aiutasse a superare questa crisi. Da qui nasce l’idea di questo sogno lucido, dove hai il potere di cambiare il corso degli eventi.”

Un punto forte del tuo lavoro è la manipolazione dell’immagine, questo tornare indietro e andare avanti. Come hai reso questo ragionamento narrativo nella manipolazione delle immagini, a livello pratico? “Ho già girato con l’idea di fare poi un reverse. È stato molto semplice, perché è stato tutto realizzato in post produzione. Ho girato anche con una telecamera in video8 perché volevo costruire questa doppia dimensione.”

Ha chiuso la serata il cortometraggio Happy Birthday di Giorgio Ferrero, evento speciale di chiusura della 37° Settimana Internazionale della Critica. La serata di sole proiezioni sarà replicata, sempre allo Spazio Scena alle 19:00, venerdì 30 settembre.

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